Il nome giusto non lo so , l'aggettivo però è superlativo

  Come libraio che tratta libri usati, mi capita molte volte di comprare intere librerie di persone defunte. Sempre, in questi casi, cerco di informarmi dagli eredi sul proprietario dei libri e molte informazioni le ottengo dai libri stessi: avere a disposizione l'intera libreria di una persona, poter vederla nell'insieme e sfogliare volume per volume, permette di conoscere a fondo una persona. Quando poi uno di questi libri viene venduto, se è un libro che ritengo significativo e se l'aquirente lo merita, oltre al passaggio del libro faccio passare anche le informazioni sul vecchio proprietario. Penso così di assolvere a due compiti: dare una nuova casa a un libro e far sopravvivere la memoria di una persona che quel libro ha comprato e conservato fino alla fine.


Quando ho iniziato il libro di Sergio Garufi, "Il nome giusto" sono rimasto estasiato dall'invenzione che sta alla base del suo romanzo: il protagonista, appena deceduto, da fantasma vede la sua intera libreria venduta per pochi soldi ad un libraio dell'usato e poi segue i clienti della libreria che comprano i suoi libri. Ogni libro venduto è l'occasione per ricordare il momento e il motivo che aveva portato il protagonista a comprarlo e a farci conoscere qualcosa in più di lui.

Il romanzo non vive solo di questa invenzione letteraria: è un libro denso e scritto bene che ci fa percorrere l'intera vita del protagonista sempre cadenzata al ritmo di capitoli ciascuno dedicato ad un suo vecchio libro.
E' un romanzo da leggere perchè i temi trattati, il rapporto con il padre, il rapporto con le donne, l'incapacità di sentirsi qualcuno, sono sempre affrontati con una ironia amara: lo scrittore non si permette mai di travolgere il lettore con facili emozioni, la tragedia o la farsa è sua, noi ne siamo spettatori, avvinti al racconto ma tenuti alla giusta distanza.


E' senza dubbio un libro che farà breccia nel cuore dei lettori forti, di chi ama i libri che parlano anche di libri. E di chi è stufo di leggere libri che hanno uno stile piatto che ricalca quello che si vede e si sente alla televisione: era da molto tempo che non mi capitava di far ricorso al dizionario per leggere un libro. Ho provato il piacere della parola di cui non si conosce il significato, il piacere di vedere nuove parole inventate, il piacere di trovare in chi scrive un amante delle parole e dei loro multipli significati.

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