Pettegolezzi di condominio: non ci servono

Sull'inserto domenicale del Sole24ore da qualche settimana è in corso un dibattito sullo stile dei romanzi italiani: nell'ultimo intervento di Giuseppe Antonelli si cita Pirandello che, difendendosi dall'accusa di scrivere male, distingueva "nettamente tra lo scrivere bene (cioè in maniera funzionale alla finzione) e lo scrivere bello (cioè alla D'Annunzio)".
Enza Buono in questo "Pettegolezzi di condominio e altri racconti", edito da Nottetempo, vorrebbe scrivere bello ma il risultato lascia interdetti.
Leggendo il primo racconto del libro, Vacanze, mi è tornata in mente una vecchia abitudine che avevo ai tempi del liceo: dalla frequenza delle parole risalire a una interpretazione del testo. In questo caso non ci sono tante storie: sentimenti e sensazioni la fanno da padrone.
Nelle prime pagine ci si trova in una narrativa da depliant di ufficio informazioni turistico: "Alcuni palazzi dalle garbate architetture del primo Novecento si lasciavano accarezzare da lunghi rami di fiorite bouganville, che si spingevano fino al muro di una chiesa".
Poi seguiamo le ambasce della protagonista, Nicole, non più giovanissima italo-francese: "Ecco, adesso Nicole voleva la luce. Gli oscuri sentieri della sua anima si perdevano in un groviglio senza significato. Aveva perduto il senso della sua identità. Cosa debbo fare della mia vita? Chi sono, dove vado? Debbo fare chiarezza". Il corsivo non è mio, è nel testo e compare fastidiosamente molte volte.
Lungo la ricerca di un significato della sua vita, di una sintonia con la madre ormai morta, la protagonista ritrova degli appunti della madre. Li legge e ci porta a conoscenza di queste intime riflessioni. Poi, quando la protagonista riflette sulla sua condizione e le tornano in mente i giudizi di sua madre, ce li riscrive una seconda volta: della serie, come riempire le righe di un racconto. Non vi dico come riuscirà a dare un senso alla sua vita.

Non leggendo avvertimenti contrari, immagino che molti di questi racconti siano resoconti di fatti autobiografici. Quello che dà il titolo al libro, Pettegolezzi di condominio, ci conduce dall'inizio alla fine di una vicenda che si svolge, letteralmente, sotto gli occhi della narratrice: è la vicenda di un bimbo, che alla fine del racconto sarà uomo fatto, che abita nell'appartamento di fronte. Penso che raccontare sia qualcosa in più che riportare gli avvenimenti accostandoli a qualche fioritura di alberi, il tutto con uno stile "bello".

Il racconto più riuscito è l'ultimo e parla di un cane: Randi. Corto, essenziale, quasi senza dialoghi. E' un gran vantaggio essere cani, non si aggiungono parole e pensieri superflui....

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