Senza trauma Scrittura dell'estremo e narrativa del nuovo millennio

Dopo aver letto "La seconda mezzanotte" di Antonio Scurati sto cercando di capire quale sia il motivo profondo per questo modo di raccontare, per l'attenzione al dettaglio di violenza e sesso, per una scrittura che non ci risparmia nulla.
Anche dietro suggerimento dello stesso Scurati che lo cita nella sua intervista a Fahrenheit, mi sono letto il saggio di critica letteraria di Daniele Giglioli "Senza trauma -Scrittura dell'estremo e narrativa del nuovo millennio" edizioni Quodlibet. Giglioli insegna letteratura comparata a Bergamo e riprende uno dei temi cari a Scurati, quello del trauma senza trauma. Il saggio tenta di verificare le ipotesi che seguono, riportate per esteso dal libro stesso.
Che il tempo in cui stiamo vivendo possa essere definito come l'epoca del trauma senza trauma; meglio ancora, del trauma dell'assenza di trauma. E che la sua letteratura rechi testimonianza di ciò attraverso il ricorso a una postura condivisa che chiameremo scrittura dell'estremo.

In questo saggio si parla di strategia dell'oscenità. Osceno, alla lettera, è ciò che non dovrebbe essere detto, ciò che dovrebbe sempre e comunque restare fuori scena. Per la strategia dell'oscenità, rappresentare è sempre un processo di effrazione, chiamato a produrre intensità affettive disturbanti, e insieme il rimedio che le cura.

Giglioli considera due filoni, la letteratura di genere (noir, romanzo storico, ecc.) e autofinzione (memoir, reportage d'autore). Il primo è quello che mi interessa, il romanzo di Scurati è senza dubbio di "genere" (distopico, fantascienza). In questa letteratura per Giglioli la fisiologia [...] trionfa nella rappresentazione della morte, del cadavere, del corpo offeso, aperto, martoriato, oscenamente esposto allo sguardo. Non la sofferenza è in scena ma l'immobilità, l'orizzontalità, la decomposizione. A questo, più che al pathos, tende l'estremo. Allora si sente che lo scrittore si rimbocca le maniche: la temperatura emotiva si alza, lo stile si impenna, la descrizione si trasforma in performance.

Questo è esattamente quello che succede nelle descrizioni di lotta, nelle scene di violenza de "La seconda mezzanotte".

Quindi la giustificazione ultima per questo tipo di scrittura, seguendo il ragionamento di Giglioli, sta nell'assenza di trauma, di veri traumi profondi. Un'epoca in cui le occasioni di trauma sono state respinte ai margini dell'esperienza quotidiana come mai prima nella storia della specie umana, almeno per quanto riguarda le nostre opulente società dei consumi. [...] Eppure [...] non vivendo di traumi, li immaginiamo ovunque.


Questa osservazione può essere vera: le ultime generazioni di persone nate nel mondo occidentale non hanno vissuto nè guerre, nè carestie, nè traumi collettivi. E d'altra parte sono cresciute guardando, soprattutto alla televisione e ora anche su internet, scene di violenza che mai erano state condivise dai media in forma così massiccia.
Ma questo cosa comporta? Che i lettori se non leggono una scrittura dell'estremo non prestano attenzione? O che gli scrittori nati in queste generazioni hanno solo questa possibilità di scrittura estrema?

Non intendo mettere in dubbio il trauma senza trauma. Penso però che oltre a rappresentare uno degli aspetti di questa epoca possa essere, più che un valido motivo, una scusa per certi modi di scrivere e di narrare.

Da sempre fra gli argomenti più trattati dalla letteratura, che sia romanzo o che sia tragedia greca, c'è la guerra e la violenza che da essa si genera. Questo era vero quando ogni generazione, più o meno, doveva dare il proprio contributo di vite, è vero anche adesso. E quest'anno il premio Campiello è stato vinto da Andrea Molesini con un romanzo storico sulla Prima Guerra Mondiale che si distingue per la capacità di lasciare l'osceno dove, secondo me, deve stare, cioè fuori scena.
Siamo in un mondo dove le idee e i libri circolano liberamente: i lettori italiani possono leggere e apprezzano scrittori di paesi dove i traumi collettivi sono recenti e condizionano ancora la narrativa. Penso a tutti i paesi dell'Est europeo: la caduta del Muro e la frantumazione dell'URSS non è catalogabile sotto la voce "grande trauma"? Penso a tutta la letteratura di scrittori del continente africano, immigrati o meno. Penso a tutta la letteratura del Sudamerica. Penso a uno splendido libro dello scrittore colombiano Hector Abad, "L'oblio che saremo"  (autofinzione?) dove racconta della sua famiglia e in particolare di suo padre, ucciso come tante, troppe persone in Colombia.


Abbiamo da poco presentato un libro qui in libreria, Questo è il paese che non amo, di Antonio Pascale: parla dell'Italia degli ultimi trent'anni in buona parte vista attraverso lo specchio dei mass-media. Ci sono diverse pagine dedicate a una scena di un film di Pontecorvo sui lager tedeschi, Kapò, un primo piano di una prigioniera mentre muore. E alla critica che un altro regista, Jacques Rivette, aveva mosso a Pontecorvo sui Cahiers du cinema per questa scena. Riassumo quello che Pascale ha capito di questa critica:
La morte è un territorio limite, non conosciuto, irrapresentabile, nella cui messa in scena va bandito ogni tipo di esclamazione; al contrario, nella sua rappresentazione si esige (sempre) pudore e trepidazione. Insomma, non siamo lì quando moriamo, e dunque la mancanza dell'esperienza (della morte) rende quella dimensione sacra, rappresentabile sì, ma con rispetto. Perchè non abbiamo nessun diritto di appropriarci degli ultimi istanti di vita di una persona.
Per quanto possa comprendere le ragioni della scrittura di Scurati, sto dalla parte di Pascale.
 

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