L'inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender

C'è un ragazzino. Che stava per venire bocciato, l'anno scorso. Mi sa che abita in uno di quei quartieri malmessi, dalle parti del Dodger Stadium, e non si rendeva conto che aveva bisogno degli occhiali, e vedeva tutto sfocato.
Non riusciva a leggere. Quello era il problema. I professori gli facevano i test, e lui non riusciva a leggere neanche una parola, e durante le lezioni di inglese non apriva bocca, e aveva preso brutti voti per anni e anni, e non riusciva nemmeno a capire come gli altri potessero svolgere questa attività magica e misteriosa chiamata lettura, e finalmente uno degli insegnanti ha detto che dovevano fargli una visita agli occhi, e l'hanno portato dall'oculista.
Così hanno trovato che non ci vedeva quasi per niente, e gli hanno dato gli occhiali, e tutti gli insegnanti gli stavano attorno mentre li provava.
Così si è infilato gli occhiali, prescrizione perfetta. Insomma se li è messi e tutto d'un tratto era in grado di leggere, e non solo, l'atto stesso del leggere gli è sembrato all'improvviso qualcosa di possibile, e non gli è sembrato più che il resto del mondo fosse anni luce avanti a lui, così irraggiungibile.
Il ragazzo torna a casa. Con gli occhiali. E il suo nuovo libro di lettura. E sua mamma gli va incontro sulla porta. Lei sorride, perchè la scuola le ha telefonato per darle la buona notizia. Ma lui vede che lei è stanchissima. Non l'ha vista per anni e anni, con chiarezza: anni! E lei è tremendamente spossata, ha le occhiaie e quando sorride sembra che uno dei denti sia un quadratino marrone. Non si possono permettere il dentista. E la casa? Un disastro. Un lato sta cadendo a pezzi, e ci sono scarafaggi che scorazzano sul pavimento e in una parete c'è un grosso buco, che lui pensava fosse un quadro. 
Il ragazzo detesta quello che vede.
Così calpesta i suoi occhiali.
Non impara più a leggere. Ma riesce a cavarsela. Si fa dichiarare semicieco e riceve un sussidio di invalidità.

Questa è la storia che Rose Edelstein racconta a suo padre, in uno dei rari momenti di relazione fra padre e figlia (ho scritto solo la storia omettendo gli interventi del padre e gli incisi del dialogo): questa storia è la storia di Rose, è una specie di riassunto della sua vita, è anche il nucleo centrale del lavoro della scrittrice in questo romanzo.
Rose è la protagonista e la voce narrante: all'inizio è una bambina che sta per compiere nove anni e che, mangiando una fetta della sua torta di compleanno, si rende conto di avere una qualità fuori dall'ordinario: mangiando riesce a capire le emozioni di chi ha preparato quel particolare cibo.
Il riconoscere le emozioni di chi prepara il cibo, per una bambina di nove anni, non è un vero dono: attraverso quel che mangia a casa verrà a sapere un sacco di cose su sua madre, cose che avrebbe volentieri fatto a meno di conoscere. E' una nuova consapevolezza che la condizionerà: non potrà più essere una piccola bambina, dovrà crescere in fretta per poter sopravvivvere alle emozioni che il cibo, tutto il cibo, le trasmette. Dovrà imparare a nutrirsi quasi esclusivamente di cibo industriale, il meno possibile trattato da mani umane; dovrà imparare a gestire le informazioni che, mangiando, le arrivano.

La famiglia di Rose può sembrare squinternata: di lei abbiamo detto; suo fratello, Joseph, più grande di lei di cinque anni, è un tipo solitario, molto solitario. Vive in camera sua, non vuole nè sopporta la compagnia di nessuno, ha un solo amico, George. E poi, a volte, scompare.
La madre emotivamente instabile, sommerge di amore i propri figli, soprattutto il maschio, ma non riesce a vivere pienamente il suo matrimonio.
Il padre, sempre al lavoro; quando è a casa, o lavora o compila un onnipresente registro: impietoso lo sguardo della figlia che lo riconosce come quello della lista di cose da fare. E poi non entra mai negli ospedali, li evita proprio, anche quando sono nati i due figli lui è rimasto fuori.
Il potere para-normale di Rose non viene mai trattato come un qualcosa di magico, il romanzo non vuole portarci nel mondo del fantastico: vuole parlarci di Rose e della sua famiglia, di noi e delle nostre famiglie.
Il parlare del cibo e delle emozioni di chi l'ha preparato è una utilissima invenzione per rendere leggero, piacevole e divertente (anche se i momenti di dramma non mancano) questo romanzo sulla condizione della famiglia, sui rapporti fra figli e genitori, su quello che vivono i figli abbandonando il loro essere bambini per entrare nell'adolescenza e nell'età adulta: quanto questo passaggio sia condizionato dalle persone che amiamo e che vivono con noi, quanto il nostro divenire noi stessi sia un divenire in contrapposizione a loro o per far loro piacere.
La capacità della scrittrice fanno comunque la differenza: Aimee Bender oltre a saper gestire la narrazione e l'intreccio, ha una vera maestria nei dialoghi e ha una scrittura che, oltre a raccontarci cosa Rose sente mangiando, ci racconta cosa le persone guardano mentre parlano: una madre che spesso si rivolge, per esempio, alla finestra di fronte al lavello della cucina, per parlare con figli e marito.

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