Black Bazar di Alain Mabanckou

I libri che fanno ridere non sono fra i miei preferiti, dalla letteratura (e dal cinema) cerco altro, il momento di riflessione, la capacità di far vedere aspetti altrimenti non facilmente visibili, anche la visione dell'abisso.
Quando un libro riesce a darmi questa visione aggiuntiva, questo spunto per una riflessione altra da me, allora sono contento. E se riesce a farlo facendomi anche ridere, sono ancora più contento. In questi giorni si aggirava per Venezia una persona che, camminando, leggeva e rideva: ero io, con questo libro di Mabanckou, Black Bazar.
La prima parte è irresistibile, l'autore prende il lettore e lo porta dove vuole, ti sta raccontando una cosa e non sai perchè finisci a leggere una cosa completamente diversa.
Facciamo un passo indietro, raccontiamo questo libro: siamo a Parigi, non in periferia ma quasi sempre nel primo o nel decimo arrondissement, eppure non si vede un francese bianco (se non alla fine del libro): ci sono neri di varia tonalità di nero e di varie provenienze: vengono dal Congo Grande, Congo Piccolo, Camerun e poi dalla Martinica, da Haiti, da Nancy.
E' un mondo di immigrati, di prima o seconda generazione, di varie provenienze ma con una caratteristica in comune: si sentono tutti francesi, anzi qualcuno più francese di altri. C'è quello della Martinica che considera gli africani dei selvaggi e pensa che i colonizzatori siano stati troppo buoni, c'è l'Arabo che se la prende con gli altri immigrati, i cinesi e i pakistani, c'è la figlia di congolesi che ha sempre vissuto in Francia che è più nera, di pelle, di quelli che vengono direttamente dall'Africa ma che ha gli stessi pregiudizi dei bianchi.
Il protagonista è senza nome, solo con un soprannome datogli dai suoi amici al bar, Sederologo, esperto di sederi (femminili). Lui è del Congo Piccolo (non del Congo Grande, ex Zaire, differenza che non riesce a far comprendere ai suoi interlocutori) e la storia inizia che è stato lasciato dalla sua donna, chiamata Colore d'Origine perchè è più nera delle donne del suo paese pur essendo nata in Francia, che è scappata con un uomo portandosi dietro la loro figlia. Sederologo ci racconta la sua vita, il suo mondo fatto di lavoro, amici al bar e una famiglia in un monolocale, della sua famiglia che evapora e del suo lento ritorno alla normalità e a una nuova vita, grazie ad una donna e a uno scrittore: quello che leggiamo nella finzione è il diario scritto da Sederologo su una macchina da scrivere comprata al mercato delle pulci, l'idea del diario gli viene da uno scrittore haitiano che conosce per caso.
Di sicuro ci sono parti autobiografiche in questo romanzo, lo scrittore nasce in Congo, va in Francia per lavorare e dopo molti anni sceglie di abbandonare il lavoro per la scrittura, lo scrittore che ispira il protagonista esiste davvero ed è come se facesse un piccolo cameo nel libro di Mabanckou.
L'aspetto più interessante è però quella che potrei definire biografia comune, non del singolo, dello scrittore, ma di una generazione di immigrati, arrivati in Francia con i mezzi più disparati e disperati e intenzionati a restare, non a convivere come cittadini di serie B ma decisi a portare un nuovo mondo e un nuovo modo di essere francesi.
Cito una parte per rendere l'idea della voce di questo scrittore:
" La mia ex però non era molto convinta delle mie spiegazioni. Polemizzava, controbatteva, citava quei libri di storia che i bianchi avevano scritto tra due spedizioni coloniali e le battaglie perse contro Shaka Zulu [...]. Mi parlava delle case in terra battuta, delle capanne sugli alberi, della magia nera degli africani, della stregoneria che rendeva gli uomini invisibili, delle paludi che inghiottivano gli alberi, degli animali allo stato brado, dei bambini con la pancia gonfia e le facce incrostate di terra rossa. Io replicavo che non vivevamo in quel cuore di tenebra, che c'erano africani che non avevano mai incontrato un elefante o un gorilla e che tra di loro ce n'erano alcuni che quegli animali li avevano visti solo negli zoo europei o in King Kong. Perciò doveva smetterla di immaginarsi che le bestie selvagge noi le tenessimo al guinzaglio per portarcele a scuola, giocare con loro durante la ricreazione e poi riaccompagnarle molto educatamente nella giungla dai loro genitori che ci aspettavano sulle sponde del fiume Congo per ringraziarci della nostra gentilezza."
Sono altrettanto belli i dialoghi fra Sederologo e i suoi amici al bar: fra Roger il Francoivoriano, Yves l'Ivoriano Tout Court, Paul del Grande Congo e gli altri si instaurano delle conversazioni che, proprio in quanto conversazioni da bar e fatte da immigrati neri in Francia (anzi in Gallia come uno di questi chiama il paese dove vive), riescono a far vedere l'assurdità dei luoghi comuni che, noi tutti, ci portiamo dentro quando si parla di immigrazione, e di immigrazione dell'Uomo Nero.

Un bel libro che fa ridere e riflettere, un autore lieve e profondo che sarà ospite del festival di letteratura Incroci di Civiltà, a Venezia dal 18 al 21 aprile. Un occasione per discutere di immigrazione e di identità.


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