Non ho bisogno di stare tranquillo di Vittorio Giacopini

Non leggo, non mi interessa la biografia di Steve Jobs. Come dice Franzen, se è stato un visionario, la sua visione non mi interessa.
Leggo e mi piace, invece, la biografia di Errico Malatesta, anarchico. Forse è la mia simpatia verso i perdenti, la vicinanza a quelli che lottano pur sapendo che la vittoria  è solo un'eventualità e non la più probabile.
Giacopini, l'autore di questa biografia, mette subito in chiaro che Malatesta sta nella schiera degli sconfitti: il libro inizia con Malatesta ormai vecchio, immobilizzato dall'età e dalla malattia, seguito in ogni istante dalla polizia. Da questa situazione da tempo scaduto e inazione obbligata, Giacopini fa scaturire questo lungo flusso di ricordi che ci fa ripercorrere tutta la vita dell'anarchico.
Malatesta avrebbe avuto molto da raccontare della sua vita ma non lasciò nessuno scritto autobiografico: di lui restano lettere, articoli che scriveva per giornali sovversivi, e poi documenti della sua attività, dai volantini alle informative della polizia. Giacopini parte da questo materiale ma è costretto ad inventare: per dare una voce a questo anarchico. Come dice l'autore negli "Appunti su un romanzo che non è un romanzo":
Che diamine pensava Malatesta in quei giorni terminali, ormai al tramonto? Mi avevano colpito certe sue ultime lettere, straordinarie, un tono sospeso tra rassegnazione e rabbia, folli speranze. Non "potendo provocare gli eventi ... li aspetto". Parole limpide e amare, lucidissime. Nessun tono piagnucoloso, recriminante. Poteva essere un buon punto di partenza.


Il romanzo che non è un romanzo ci porta attraverso le avventure di Malatesta, partendo sempre dal ricordo del vecchio anarchico: una rassegna della sua vita, un domandarsi che senso ha avuto, dove è stato l'errore, perchè la rivoluzione tanto cercata e favorita non è mai avvenuta. Ne esce il ritratto di un uomo che ha saputo affrontare difficoltà, esilio, rovesci, tradimenti ma che con costanza e coraggio ha continuato a fare l'anarchico.

Forse la narrazione più bella è quella del capitolo Le biciclette di Bava Beccaris: la repressione sanguinosa nel maggio del 1898 a Milano. Le biciclette all'epoca sono l'equivalente di twitter nelle rivolte di questi anni: mezzo rapido per portare informazioni.
Ma oltre a questo aspetto tecnologico curioso (nel libro c'è un ottimo corredo iconografico, foto e riproduzioni di documenti d'epoca, in questo caso un'ordinanza di Beccaris che vieta "la circolazione delle Biciclette, Tricicli e Tandems") in questo capitolo è più esplicito l'intento di Giacopini: sottrarre Malatesta, e con lui gli avvenimenti che lo videro protagonista, al linguaggio del potere, al linguaggio di chi fu vincitore.
"Fu necessario ricorrere al cannone ..." Poche righe soltanto, secche, brevi, buone per occultare l'eccidio, il grande massacro.
L'operazione di Giacopini è costante: in tutte le occasioni, il suo immaginare i pensieri di Malatesta sulle vicende passate evidenzia quanto c'è di non detto, taciuto, nascosto in chi contrasta l'azione e l'idea anarchica. Per esempio nella cacciata degli anarchici dall'Internazionale del 1896 a Londra.
Proprio in questa operazione di ri-scrittura degli avvenimenti, senza la pretesa di un'opera storiografica, sta la principale forza di questo libro e anche la sua attualità: avere una voce libera e forte che sappia raccontare gli avvenimenti sovversivi del potere è una necessità per comprendere anche il presente.

Concludo con un pensiero di Malatesta, uno dei tanti riportati nel libro, uno di attualità:
Il capitalista è un ladro che è riuscito per merito suo o dei suoi avi; il ladro è un aspirante capitalista che aspetta soltanto di divenirlo in realtà, per vivere senza lavorare del prodotto del suo furto, ossia del lavoro altrui...

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