Come rovinare un bel mestiere

Il libraio è un bel mestiere, per quanto non si possa dire di grandi soddisfazioni economiche. Si passa il tempo in mezzo ai libri, anche se non hai proprio tutto il tempo per leggerli. Il pomeriggio mi ascolto Fahrenheit su Rai3 e posso dire che fa parte del mio lavoro. Se vado alla fiera del libro a Torino (quest'anno non ce la faccio, magari il prossimo) non sono vacanze, non è tempo libero dedicato a un passatempo come la lettura, è lavoro. Quando mi sprofondo il fine settimana sul divano leggendo le pagine culturali dei quotidiani, ai miei figli che mi domandano sempre qualche cosa posso mandarli via dicendo: "Basta! Non vedete che vostro padre sta lavorando!".
Piccole grandi soddisfazioni, che fanno del libraio un mestiere unico.
La felicità dura poco: ecco arrivare internet, Amazon, il libro elettronico, ecco prospettarsi la fine di questo glorioso mestiere. Che farci? Io nel mio piccolo, quello che posso fare è rimanere libraio. Come dice Camus nel suo splendido manifesto per la libertà di stampa, scritto nel 1939 quando la Francia è già entrata in guerra e pubblicato pochi giorni fa da Repubblica (QUI il testo) " Oggi in Francia non si pone più il problema di capire come preservare le libertà della stampa. La questione è capire come, davanti alla soppressione di quelle libertà, un giornalista possa rimanere libero. Il problema non riguarda più la collettività, bensì l' individuo. E, per l' appunto, ciò che ci piacerebbe definire qui sono le condizioni e i mezzi con cui, nel contesto della guerra e delle sue schiavitù, la libertà possa essere non soltanto preservata ma perfino manifestata. Detti mezzi sono quattro: la lucidità, l' opposizione, l' ironia e l' ostinazione. "
Stessa cosa per il mestiere di libraio, anche se l'importanza è minore rispetto alla libertà di stampa: non si tratta di bloccare gli eventi che stanno portando alla chiusura delle librerie, si tratta di manifestare la diversità del mestiere di libraio, con mezzi non molto dissimili da quelli elencati da Camus.

Per questi motivi passando davanti alle vetrine di certe librerie mi viene male e sarei io il primo a chiuderle, vetrine che potrebbero essere (e forse sono) uguali in tutta Italia: a chi serve il lavoro dei librai che ci lavorano dentro?
O quando sento di iniziative per invogliare i giovani ai libri usando mezzi "giovani": mi viene in mente Elio&LST che cantava le canzoni "per noi giovani" o i preti che vanno a fare proselitismo in discoteca.
Entrambi modi, vetrine insignificanti e scorciatoie alla lettura, che vanno nella direzione dell'abbruttimento di questo bel mestiere: invece di resistere, individualmente, a quello che sta succedendo nel mondo editoriale, ecco un modo per rovinare anche quel che di buono è rimasto.

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