Il padre d'inverno di Andre Dubus


"Era sempre stato un padre timoroso: quando i figli erano ancora adolescenti, all'inizio di ogni estate, la preoccupazione era che potessero annegare, al lago o al mare, ed era sollevato quando li vedeva tornare a casa per passare la serata con lui. Di solito questo sollievo era l'unico modo che aveva di avvertire quella paura, della quale non parlava mai e che cercava di controllare all'interno del proprio cuore. Come faceva quando erano bambini e tutti erano attratti dalla grossa quercia sul retro della casa su cui si volevano arrampicare. Li guardava sorridente e intanto si immaginava la caduta, ed era già pronto ad afferrare i loro piccoli corpi prima che precipitassero a terra. O perlomeno erano le gambe ad essere pronte. Le mani, le teneva in tasca, oppure incrociava le braccia, in modo che, ai bambini che guardavano giù, apparisse rilassato e fiducioso, mentre il cuore gli batteva a più non posso al suono di quelle due parole che avrebbe voluto gridare, e non gridava: non cadete! D'inverno era meno spaventato: si assicurava di persona che il ghiaccio reggesse prima che ci pattinassero sopra, e li portava o li mandava a usare la slitta in punti che non confinassero con la strada. Così erano sopravvissuti all'infanzia, e lui con loro."
Questo splendido padre esce dalla penna di Andre Dubus, nel primo racconto "Uccisioni" della raccolta "Il padre d'inverno", appena uscita per le edizioni Mattioli 1885.
Questo padre ha appenna seppellito il più giovane dei suoi tre figli, assassinato per gelosia da un ex-marito, e Dubus ci racconta così il suo legame così poco "paterno" con i figli. Confesso, da padre, di essermi commosso a leggere questo passo. Oltre alla commozione si riconosce un grande scrittore: quando parla di sollievo di vederli tornare come "modo che aveva di avvertire quella paura", quando dice che erano "le gambe ad essere pronte" e quando chiude che i bambini erano sopravvissuti "e lui con loro", si vede uno scrittore che con tre piccoli gesti ci racconta un padre quasi inconsapevole della propria sensibilità, della capacità di fare la cosa giusta con i bambini per farli diventare grandi, e della sua crescita e maturazione insieme e grazie ai sui figli.

Sono storie di uomini quelle raccontate da Dubus.
"Le storie che si raccontavano parlavano di coraggio ma con ironia, come se in qualche modo ci si aspettasse il coraggio ma non l'ironia, e l'uomo che possedesse entrambi fosse migliore." Sono storie di uomini imperfetti, costretti ad essere forti per nascondere le proprie debolezze.
Dubus riesce a farci vedere il loro lato nascosto, la parte interessante, senza giudicare.
Questo anziano sorvegliante di un campus universitario si rivela quasi un illuminato per le sue idee: "E così quest'ultimo era il più strano dei lavori che avesse fatto. [...] Gli piaceva. Non lo avrebbe definito un vero e proprio lavoro, ma la cosa non lo seccava. Aveva smesso da tempo di credere nel lavoro, nel significato di quella parola e nella connotazione che aveva di compimento di un uomo. La vita era colma di idee di quel tipo, a cui non credeva e su cui non discuteva. Si limitava ad ignorarle. [...] Amava tornare a casa, bere caffè in cucina con la moglie, amava le chiacchiere giornaliere che sembravano non finire mai. Amava i propri figli e i nipoti. Accettava il resto della propria vita come uno avrebbe potuto accettare un inconveniente tollerabile. Sapeva di non essere pigro. Quella era un'altra parola a cui non credeva."

Storie di uomini che non odiano le donne ma che forse odiano le mogli e di sicuro hanno qualche problema ad avere relazioni "stabili": in quasi tutti i racconti  c'è un uomo che affronta la separazione da una donna e il dramma non è mai la separazione in sè, ma il prima o il dopo. C'è il militare de "Il misogamo" che dopo mille scuse per rimandare il matrimonio alla fine non si presenta dalla sua fidanzata e il suo sergente gli fa un discorso che inizia così: "Ci sono due tipi di buchi nei quali un uomo non vorrebbe entrare. Il primo non può evitarlo a meno che non faccia spargere le proprie ceneri in mare o venga aggredito da una tribù di cannibali roditori di ossa. L'altro è il buco che si trova in mezzo alle gambe di una donna che ha al dito quel cazzo di anello. A meno che l'anello non le sia stato messo al dito da qualche altro coglione figlio di troia che ha pensato che per fottersi sempre la stessa identica donna fosse necessario trovarsi un lavoro e comprarsi una casa in cui poterlo fare." Un linguaggio colorito come ti potrestri aspettare da un sergente dell'esercito americano: Dubus ne sapeva qualcosa avendo passato sei anni nei marines. Ma a dispetto delle convinzioni del sergente, gli uomini di Dubus sono pieni di dubbi e con le donne non sanno bene cosa fare. Il protagonista de "Il padre d'inverno", il racconto che dà il titolo al libro, supponeva "da uomo sposato e poi adultero, che il proprio bisogno di una donna fosse carnale quanto spirituale. Ma ora il celibato gli risultava facile, e quando immaginava una donna, la pensava mentre bevevano insieme, oppure cenavano. Quello era il modo più intenso, e forse anche l'unico, in cui provava il desiderio di una donna al proprio fianco allora. E tutte le ragioni che lo avevano condotto alla fine del matrimonio ora sembravano lontane, come offuscate, e si chiedeva se l'unico motivo per cui adesso era solo, non fosse per una sorte di misoginia che non aveva mai riconosciuto: il fatto che non provasse il bisogno di avere una donna vicina se non alla fine della giornata, che avesse sopportato tutte quelle altre ore di presenza femminile solo per avere un conforto quando le lancette dell'orologio si spostavano verso gli angoli peggiori del giorno." Ma il suo cruccio è come stare con i figli: da quando ha divorziato sta moltissimo tempo con i figli ma è un tempo strano, che ricorda sempre che il motivo per cui stanno insieme, insieme vanno al cinema o al museo o a far altro è perchè lui e la loro madre si sono separati: "la maggior parte delle volte quel parlare era profondo solo perchè affettuoso e tribale, uno scambio di suoni fra creature che condividevano lo stesso sangue. Ora i discorsi erano gli stessi, ma la sensazione non era la medesima. Parlavano in macchina e nei posti in cui lui li portava, e la macchina e quei posti non permettevano mai a nessuno di dimenticare che erano lì a causa del divorzio."
Dubus pubblica questo libro nel 1980 con racconti che erano stati pubblicati su varie riviste, ambientati in Massachussets fra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni '60 (guerra di Corea). Alcuni di questi racconti sono magistrali, in altri lo scrittore si fa prendere la mano dalle sue passioni ed "esagera" (vedi il racconto del lanciatore durante la finale del torneo di baseball), in tutti si sente una conoscenza diretta degli argomenti di cui scrive, una lunga frequentazione con litigi, separazioni, figli da crescere.

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