Creature ostinate di Aimee Bender

Aspettando l'arrivo di Aimee Bender, qui, in libreria, a Venezia, il 5 settembre, a presentare i suoi libri, ecco un'altra sua lettura.

l libro è una raccolta di racconti pubblicata in America nel 2005.
Il libro è anche una raccolta di quindici creature ostinate, tutte a convivere con ciò che sono, ciò che hanno e ciò che succede loro. A volte ci riescono, a volte meno, ma sempre ci provano. Come, ad esempio, il bambino con la testa a forma di ferro da stiro – figlio di genitori con la testa a forma di zucca - così pesante da stremarlo; come i mutanti - uno senza occhi ma dall'udito acutissimo, una che cambia forma agli oggetti, quelli con tante teste, quelli fatti d'aria, quelli senza forma – che, presa la mano con le loro strane doti, riescono a vivere bene e insieme; come l'artista a cui Dio toglie tutte le arti e tutti i sensi, ma non i sogni; come la ragazza lasciata dal fidanzato con cui non comunica più e che per un pelo viene uccisa letteralmente dal peso delle parole; come l'omino lillipuziano, ultimo modello di animale da compagnia catturato e tenutoin gabbia da altri uomini a grandezza naturale. E anche come Il protagonista a pagina 155, con delle chiavi al posto delle dita; dieci dita per altrettante porte vere da aprire e una volta esaurite, basta: Suo padre stava dormendo in una stanza tranquilla e buia [...]. Quel giorno era passato davanti a molte porte e aveva pensato: Ormai non posso più aprirla, questa, e nemmeno quella o quest'altra. Da ora in poi, tutte le porte del mondo erano chiuse per lui come per chiunque altro. L'uomo anziano continuava a dormire, e il giovane canticchiò a bocca chiusa, nella stanza fresca e buia, una canzone tutta per sé. Creature surreali dai tratti fantastici ma che non sentiamo come strambe o distanti perché vivono in un mondo reale con le nostre vite da affrontare: morte, solitudine, violenza, amore e mancanza, diversità, sfida col destino, inadeguatezza e, soprattutto, COMUNICAZIONE mai completa

Ancora una volta una scrittura capace fa la differenza ed agisce attraverso e fuori dal libro. Mentre leggevo mi è venuto in mente un fenomeno naturale come il ciclo dell'acqua che si muove continuamente nell’ambiente. Amo particolarmente i racconti; dimensione e struttura sono affascinati per i mondi a cui è possibile dar vita in poche pagine. È un lavoro di fino, senza concessione per superfici prive di senso e noiose. Mi trovo a citare, non a caso, ancora una volta Carver: In un racconto, tutto è importante, ogni parola, ogni segno di punteggiatura. E in questi racconti, alcuni in prima, altri in terza persona, la Bender ci consegna organismi che funzionano molto bene. Non c’era bisogno che qualcuno lo dicesse, ma la stanza traboccava di quel genere di beatitudine. La combinazione della perdita e dell’abbondanza. L’abbondanza senza senso di colpa. La perdita senza rimedio. La semplice stanchezza che non è logorio. La speranza non costruita sulla cecità. Io sono il prato che si va seccando; tu le scuse mai offerte a parole; lui è la distanza fluttuante tra madre e figlio; lei il primo gesto che crea un silenzio abbastanza completo da far addormentare il bambino. I miei geni, il mio amore, sono elastici e corda: costruisciti una struttura dentro cui riesci a vivere.
Amen. 
da Inno, p.158

Ecco altri momenti di queste vite ostinate.

«Ah», feci io. «E tutta quella roba cos’è?»
«Sono le parole», disse lei.
Con le braccia sempre cariche di manghi, feci un passo in quella direzione. A quanto mi era dato di vedere, tutta la parete posteriore del negozio era coperta, da cima a fondo, di lettere ritagliate. Sugli scaffali ce n’erano pile e pile, che formavano parole grandi e piccole, strette insieme, sovrapposte l‘una all’altra.
«Si avvicini», disse la donna. «Da lì non vede tanto bene». Mi diede una spintarella sulla spalla.
Man mano che mi avvicinavo, mi accorsi che le parole non erano semplicemente ritagliate sul cartoncino. Ognuna era diversa. Per prima vidi la parola NOCE: era scritta a grandi lettere maiuscole e fatta di qualcosa di beige. Non capivo bene di che materiale fosse, ma poi vidi la parola ERBA, che era composta di lunghi fili intrecciati, verdi e fibrosi, e LIMONE, in un corsivo ricercato e riccioluto, tutto bucce e polpa, che mandava un profumo delizioso, e allora andai a guardare NOCE da vicino e scoprii che era fatta di tanti pezzettini di gheriglio sbriciolati e mescolati insieme in una pasta marroncina e appiccicosa.
«Stranissimo», dissi alla donna.
Trovai CARTA, sagomata alla perfezione con un taglierino, e ORGANZA, scritta con una calligrafia tutta arzigogolata, così spumosa che riuscivo a stento a leggerla, e CAPELLI, biondo fragola, con un ricciolo all’inizio della c e in fondo alla gambetta della p. L’uomo che mi aveva mollata a Las Vegas aveva per l’appunto i capelli biondo fragola, perciò quella parola la ignorai e presi in mano PERLA.
«Scommetto che questa costa parecchio», dissi, e la donna mi guardò con aria apprensiva, come se avesse paura che la facessi cadere. Era stupefacente: non era fatta di tante piccole perle, ma chissà come, di un unico pezzo di perla, con riflessi iridescenti su tutte le lettere. La rimisi con cura sullo scaffale accanto a COZZA, che sembrava tutta ruvida e secca.
«Come mai fa queste parole?», dissi. «Sono bellissime!».
Era vero. Erano bellissime prese singolarmente ed erano bellissime viste tutte insieme. Immaginai la donna nel suo laboratorio in mezzo al deserto, con le mani impolverate, il grembiule macchiato, grondante sudore, che scolpiva a colpi di martello la o finale di RADIO. Col suo lavoro rendeva il mondo semplice. Lo rendeva in qualche modo stabile.
«Alla gente piacciono le parole», mi disse, riprendendo in mano la mela per lucidarla ancora un altro po’. «Le costruivo per divertimento e poi ho cominciato a farci i soldi».
[…] «E tanto per curiosità, quanto costano le parole?». Tenevo gli occhi fissi sulla parete, avrei tanto voluto poggiare la testa su CUSCINO.
«Dipende», rispose lei. «Il prezzo varia. E poi quelle che vede sono solo quelle solide».

da Frutta e parole, pp. 76-77

La coppia con la testa a forma di zucca si sposò. […] Per il matrimonio organizzarono un gran ricevimento, con tanto di orchestrina jazz, e nel giro di quattro anni lei diede alla luce due bambine, ciascuna con la sua testolina a forma di zucca: due lune luminose, una più gialla, l’altra arancione scuro. Il settimo anno la mamma con la testa a forma di zucca rimase in cinta del terzo figlio, e girava per casa massaggiandosi la pancia, specialmente la parte che sporgeva più del resto. All’ospedale, il giorno del parto, le infermiere avvolsero il neonato in una coperta e glielo presentarono con orgoglio, ma lei inspirò così forte che il papà con la testa a forma di zucca, che stava nella stanza a fianco a guardare una partita di basket, la sentì da dietro la porta. «Che c’è?», disse, facendo capolino.
La moglie alzò il gomito a cui teneva appoggiato l’involto. La testa del terzo bambino era un ferro da stiro.
Era un modello argentato con il manico di plastica nera, e quando piangeva, come stava facendo in quel momento, dalle spalle gli si alzavano sbuffi regolari di vapore. La testa era più grande di un normale ferro da stiro, e appuntita in cima.
Il papà andò a mettersi vicino alla moglie e la mamma sistemò la punta in modo che non le ferisse il petto.
«Ciao, testolina di ferro», disse.
Le sorelline arrivarono di corsa dalla sala d’aspetto, seguendo il padre, e una scoppiò a ridere mentre l’altra ebbe gli incubi per tutto il resto dell’infanzia.
Il bambino con la testa a forma di ferro da stiro, crescendo, si rivelò un tipo molto perbene. Durante il giorno giocava tranquillo per conto suo con il terriccio e la creta, e al contrario di quanto ci si poteva aspettare preferiva portare vestiti sbrindellati e in disordine, pieni di pieghe. Una volta la mamma tentò di stirarglieli col ferro che aveva lei, quello che non era attaccato a nessun corpo, ma quando il bambino vide quella che era la sua testa messa lì in piedi per conto suo, con fiotti di vapore che uscivano dalla base argentata proprio come faceva lui quando respirava, lanciò un piccolo grido tintinnante e un identico fiotto di vapore gli uscì dal mento, segno che era particolarmente arrabbiato. La mamma con la testa a forma di zucca mise subito via il ferro da stiro; capì: immaginò che fosse un po’ la stessa cosa di quando una delle sue amiche con la testa umana le offriva un pezzo della tipica torta del Giorno del Ringraziamento.
«L’anno prossimo», disse al marito quel novembre, «il pranzo del Ringraziamento lo facciamo da noi, e invece del tacchino gli servo un bel paio di chiappe umane».

da Testa di ferro pp. 100-102

Dio puntò una pistola alla tempia dello scrittore.
Adesso stabilisco una regola, disse Dio. Non puoi più scrivere neanche una parola, altrimenti ti ammazzo. D’accordo? Dio aveva un accento della East Coast, da vero duro della mafia, ma il suo viso rugoso era fragile ed etereo.
Lo scrittore accettò. Aveva una moglie e una famiglia. Era triste perché amava le parole almeno quanto amava la gente, dato che le parole erano il suo modo per dire quello che voleva sulla gente, ma qui si trattava di Dio e Dio era una faccenda seria, quindi preferì non starci troppo a pensare. Prese la macchina da scrivere e la carta e le andò a riporre nell’armadio a muro dell’ingresso, e nel giro di un paio di giorni andò al negozio di belle arti , comprò dei colori a olio, una tela, una tavolozza e li sistemò nel garage […]. Mentre stava lavorando alla sua diciottesima tela […], Dio entrò nello studio, stavolta con un pugnale in mano.
Piantala anche coi quadri, disse Dio. Niente parole, niente immagini. […] Ma perché?, gridò il pittore […]. Non fare domande a Dio, disse Dio.
E così il pittore mise via i colori, dentro lo stesso armadio dell’ingresso[…].
Dio arriva puntuale dopo ogni nuova scelta dell'uomo.

Non ci pensare nemmeno, sbraitò Dio.
Danza? Fucile.
Architettura? Bomba a mano […].
Dio mise l’uomo in una scatola senza porte né finestre. Gli legò le mani dietro la schiena e gli annodò una benda sugli occhi. Gli tappò le labbra col nastro adesivo. Dio disse: non voglio che dai neanche una sbirciatina. Non ti azzardare a interagire con nessuno. L’uomo rimase lì seduto con la testa piena di sogni. Pensò ai pesci volanti e al profumo della pelle della moglie: polvere bianca e sudore chiaro. Pensò al basilico che si schiudeva e al dipinto di un pomodoro con i colori rosso e nero, e alla parola pomodoro, consonante vocale, consonante vocale, consonante vocale, consonante vocale, e al sapore perfetto del pomodoro col basilico, e alla curva regolare della schiena di un uomo, con le sporgenze delle vertebre in bella vista. […] Pensò a sua moglie che costruiva ponti d’aria sull’aria. Ascoltò il suono del vento fuori dalla scatola, forte e regolare come il suo respiro.

da Le fatiche di Giobbe, pp. 111-117

courtesy by Sabina Rizzardi

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