Farm City L'educazione di una contadina urbana di Novella Carpenter


Ho una fattoria nel ghetto, in una strada senza uscita. La scala di servizio è punteggiata di merde di pollo. Balle di paglia si disfanno nel parcheggio di fianco al mio appartamento. Raccolgo insalata in un appezzamento abbandonato. Al mattino, mi sveglio ai rumori degli animali della fattoria, frammisti al baccano dell’antifurto dell’auto del mio vicino di casa. Questo posto non l’ho sempre chiamato fattoria. Non prima della primavera del 2005, quando fu recapitato al mio appartamento un pacco molto particolare, che cambiò tutto quanto. Ricordo di averlo atteso in piedi sulla veranda. Mentre scrutavo l’orizzonte alla ricerca della jeep postale, mi sincerai della salute della mia colonia d’api. Api mellifere...

Nel pacco tanto atteso ci sono pulcini, paperine, ochette e tacchinotti da allevare. Cibo futuro. 
Novella Carpenter è una contadina urbana locavora - chi si nutre solo di cibi locali, prodotti nel raggio di 100 miglia (circa 180 chilometri) da casa propria; nel caso di Carpenter, chi si nutre solo di cibi locali, prodotti nel raggio di 100 iarde (circa 90 metri) da casa propria. Traducendo a spanne dal suo blog ghosttownfarm.wordpress.com: Figlia di hippy tornati alla terra, sono cresciuta in Idaho e nello stato di Washington. Ho frequentato la University of Washington a Seattle, dove mi sono laureata in Biologia e in Inglese. Ho avuto molti lavori saltuari strani [...] e, più recentemente, giornalista free-lance.
Ho studiato con Michael Pollan alla Graduate School of Journalism di Berkeley per due anni. Il mio lavoro giornalistico rispecchia i miei interessi – agricoltura e allevamento, cibo, ambiente e cultura. In poche parole, mi piace raccontare storie di persone che seguono percorsi non convenzionali.
Per quanto riguarda l'agricoltore urbano che c'è in me, ho coltivato la città per più di dieci anni e i miei vicini continuano a pensare che io sia pazza. Tutto è iniziato con qualche gallina, poi alcune api, fino a quando ho avuto una vera e propria fattoria vicino al centro di Oakland.

I miei vicini si lamentano perché in giardino ho un alloro, un fico e un’olea fragrans. Hanno paura dei ragni che dalle foglie potrebbero lanciarsi dentro le finestre e mi hanno intimato di tagliarli. L’unica cosa che riesco a pensare quando a giorni alterni me lo ripetono è che a Venezia affacciarsi e vedere un albero è piuttosto raro e che di tale vista si dovrebbe essere contenti. È quindi molto facile intuire a quali difficoltà sia andata in contro Novella Carpenter una volta deciso di salire un ulteriore gradino del suo progetto di autosufficienza alimentare, quando con l’arrivo degli animali – nell’ordine api, polli, conigli e maiali - da orto il suo appezzamento nel ghetto di Oakland è diventato una vera e propria fattoria urbana. I wanna meet her and go to Oakland, ho pensato dopo i primi due dei trentasei capitoli suddivisi in tre parti - Tacchno, Coniglio e Maiale – 383 pagine che scorrono senza inceppo di cronaca giornaliera, in cui ci racconta la sua metamorfosi. Quando cresci in campagna, lontano dai servizi, l’unico posto in cui desideri vivere è il centro città. Poi finalmente arrivi in città e ti accorgi che manca un certo quantitativo di foglie ma che la città è sempre la città. Se continui l’analisi concludi che il miglior posto in cui vivere è una città che accolga la campagna al proprio interno e che, spesso, le città sono sistemi quando potrebbero essere organismi. Ho cercato su Google l’autrice - quando le storie scritte mi interessano lo faccio sempre – per scoprire se stia ancora lavorando al suo appezzamento e, attraverso tante foto dell’orto, degli animali, di lei che dà dimostrazione ad una manciata di gente di come si uccide un coniglio, i video e il blog in cui condivide il suo progetto, ho fatto un tour virtuale della fattoria. Per i tour reali bisognerà aspettare che Carpenter ottenga il permesso dalla City of Oakland.

Io me lo ricordo come si uccide un coniglio perché a casa della mia famiglia ci sono stati tanti animali, dagli uccelli da carne, ai conigli, alle capre. Oggi è rimasto l’orto, grandissimo con la vasca per il compostaggio e filari di vite tutt’intorno. Qualcosa del genere bisogna immaginarlo ad O-Town - Oakland - di fronte a San Francisco, sull’altro lato del Bay Bridge. Secondo me è importante inquadrare il contesto e lo spirito di ricerca rivolto ad ogni aspetto della vita di Carpenter e del suo fidanzato Bill. A tale proposito mi ha colpito molto come nella scelta della città in cui vivere diffusione della raccolta differenziata e vita musicale siano messe sullo stesso piano.
Ogni città di serie B soffre di un complesso di identità. Oakland non fa eccezione. Tenta di essere più artistica, più high-tech, più pulita di quel che riesce. O-Town è circondata da posti che contano su ben altre risorse. A nord c’è Berkley, notoriamente liberal (e benestante). A sud brilla la mecca high-tech della Silicon Valley. A soli 10 chilometri a ovest, dall’altra parte del Bay Bridge, c’è San Francisco, così vicina ma agli antipodi di Oakland. San Francisco è piena zeppa di persone raffinate e di successo; Oakland è sporca, chiassosa, sciatta. […] Bill e io impiegammo tre mesi per esplorare i luoghi candidati. […]: Portland (troppo perfetta), Austin (troppo nel cuore del Texas), New Orleans (troppo calda), Brooklyn (raccolta differenziata troppo ridotta), Filadelfia e Chicago (troppo fredde). Ma Oakland, be’, Oakland andava benissimo. Il tempo era bellissimo, un’infinita primavera. C’erano la raccolta differenziata e una bella vita musicale. […] Una sera scoprii su Craiglist l’annuncio di un appartamento […]. Pavimenti in parquet. Un caminetto rivestito di piastrelle. Un prato sul retro. Un salotto con vista su un appezzamento di 1000 metri quadri invaso di erbacce alte un metro e mezzo. I padroni non sapevano a chi appartenesse l’appezzamento, ma dissero che, chiunque fosse, non avrebbe avuto problemi se noi ci fossimo dati all’orticoltura. Guardammo attoniti l’enorme appezzamento. Aveva un’esposizione che garantiva pieno sole tutto il giorno. A Seattle seguivamo quello che pensavamo fosse un grande orto dietro casa, ma al confronto questo appezzamento era gigantesco. […] Il nostro quartiere si chiamava GhostTown – CittàFantasma – per via delle attività commerciali abbandonate da tempo, delle case dichiarate inabitabili, degli appezzamenti ricoperti da erbacce. L’appezzamento vuoto accanto a casa nostra non era una rarità: ce n’era uno, a volte due, per isolato. E per le strade vuote rotolavano le erbe mobili di CittàFantasma: le parrucche perse dalle prostitute. […]Oakland era al primo posto in classifica: aveva il più alto tasso di omicidi della nazione […]. Quella notte il rumore di spari non troppo lontani mi tenne sveglia. A causa della violenza, il quartiere aveva un’aria di anarchia, anarchia vera […]. In questo ambiente di laissez-faire, più vivevo a CittàFantasma e più scoprivo che tutto era permesso. [...] Dopo un po’, Bill cominciò a trasformare le auto degli amici per farle andare a olio vegetale. E io cominciai a fare l’orticoltrice abusiva su un terreno che non era mio.

Per sicurezza, prima di piantare qualsiasi cosa, feci controllare il terreno da un amico che gestiva un laboratorio di servizi ambientali. Visto che l’appezzamento era vicinissimo all’autostrada, il piombo di anni di gas avrebbe potuto infiltrarsi nel terreno. O altri veleni della casa avrebbero potuto immettersi nel suolo. L’amico ci telefonò con una buona notizia: per miracolo, il suolo era del tutto privo di metalli pesanti.
Carpenter non è un'ingenua. In fondo al libro la bibliografia è corposa. Impara quello che le occorre dai libri e dalle persone. Ad Oakland, infatti, scopre di non essere la sola contadina urbana. Ben presto conosce Nico che alleva conigli, Willow con la sua fattoria a dieci isolati da GhostTown e i suoi programmi di sicurezza alimentare, “Nonna” la pescatrice e le sue cene a pochi dollari a base di pollo e pescegatto, Jennifer che fa il vino e con Chris lo chef del ristorante in centro che le insegna a preparare i salumi speziati con le erbe spontanee della città. Poi ci sono anche le Black Panthers che, limate le unghie, con i loro programmi di alfabetizzazione hanno continuo bisogno di verdura fresca per preparare tre pasti al giorno per i ragazzi drogati di cibo spazzatura. […] In quello stato d'animo non sono in grado di apprendere. Una cosa che abbiamo insegnato è l'importanza di un'alimentazione nutriente. E con una miriade di altri ortolani:
Passeggiando per la Mlk durante le mie missioni di raccolta di erbacce [per gli animali], avevo cominciato a notare diversi luoghi in cui altri ortolani vietnamiti erano riusciti a recuperare un pezzetto di terra: nel giardinetto davanti alla casa o accanto, nel passo carraio. In un angolo di un prato a pochi isolati dal nostro, senape dalle foglie rosse cresceva accanto al coriandolo, al rau ram (coriandolo vietnamita) e alla citronella. Magari non bastavano per nutrire una famiglia, ma erano sapori di casa.

Novella Carpenter è stata vegetariana per anni. Ad un certo punto ricomincia a mangiar carne, però, considerando quanta qualità e quanto dolore avesse nel piatto. Così decide di allevare ed uccidere gli animali che avrebbe mangiato.
Poiché ho sempre amato la carne d’alta qualità, ma anche perché ho sempre avuto più capacità che soldi, decisi di fare tutto da me. Una sera […] cliccai il mouse su varie confezioni di uccelli da carne […]. Queste confezioni, immaginavo, mi avrebbero dato modo di mangiare carne di qualità senza andare in bancarotta. Ma non avevo mai ucciso nulla in vita mia. Trascurando allegramente questo piccolo particolare, decisi di comprare una confezione “Homesteader’s Delight”: due tacchinotti, dieci pulcini, due ochette e due anatroccoli, tutto per 42 dollari. Acquistai la mia confezione di pollame cliccando sul mouse e pagando con la carta di credito. Fu solo dopo la consegna della cassetta da parte dell’ufficio postale che realizzai che non è possibile comprare un animale da cortile semplicemente, come se fosse un libro o un cd. Quello che tenevo in mano avrebbe comportato un sacco di duro lavoro. […] Telefonai a mia mamma. Una scatola di cartone in un’incubatrice piena di pollame, ecco una cosa che quella donna sarebbe stata in grado di apprezzare. Una volta era stata una contadina hippy nell’Idaho. […] La conversazione con mia madre mi diede il coraggio di avventurarmi nell’uccisione e nel consumo di animali allevati da me.

Mi chiesi se tutto questo mi consentisse di godere il meglio dei due mondi: beneficiare delle meraviglie della città ma, allo stesso tempo, allevare il mio cibo da sola. […] Ancora adesso vedo la campagna come un luogo d’isolamento, pieno di bellezza, forse, ma anche e soprattutto di solitudine. E così, quando gli amici progettano la loro fuga in campagna (dopo aver risparmiato abbastanza soldi per comprare un immobile rurale), dove immaginano di tagliare legna, mungere capre e diventare tutt’uno con la natura, scuoto la testa, non impariamo mai nulla dal passato? Ecco, probabilmente, perché decisi di evitare luoghi rurali e di vivere in città, o meglio la mia versione modificata della città, popolata da animali da cortile.
E ancora:
Quest’anno, in occasione del Ringraziamento, non sarei stata una consumatrice che acquista un tacchino ruspante. No, quest’anno, ero una produttrice. […] Quella sera dopo cena , seduta in cucina, sfogliai le pagine stampate su carta di giornale dell’Encyclopedia of Country Living, finché non trovai il capitolo sul pollame. Scrive Carla Emery: «Non tengo in grande stima le persone che dicono di mangiare carne, ma fanno le schizzinose quando vedono un animale sanguinante. Uccidere per conto proprio, in modo pulito e umano, ci dà una lezione di umiltà e ci ricorda la nostra interdipendenza nei confronti di altre specie». […] Noi cittadini carnivori non abbiamo bisogno, naturalmente, di uccidere qualcosa per sopravvivere. Basta andare in un negozio con i soldi alla mano. Quante persone mangerebbero la carne se dovessero uccidere l’animale da sole? […] Io mangio la carne, mi piace mangiare la carne, fa parte della mia cultura e, si potrebbe sostenere, del mio patrimonio come essere umano. Harold [uno dei due tacchini] doveva morire, e io dovevo uccidere. Al banco della drogheria o presso la bancarella del farmers’ market, il prezzo della carne che compravo scomponeva per fattori il costo della vita dell’uccello […]. Una piccola porzione di quel costo comprendeva il compenso per l’uccisione. Prima mi era andato bene permettere a qualcun altro di fare da giustiziere per conto mio. E, di colpo, tutta la carne che avevo comprato, anche se allora l’avevo ritenuta costosa, sembrava avere un prezzo troppo basso.
A pesare è il costo etico.

Il progetto di autosufficienza di Carpenter è pressochè totale. Riguarda anche la costruzione dell'orto che si compie attraverso la raccolta di oggetti per le strade di Oakland e poi il nutrimento degli animali della fattoria che decide di risolvere con il Dumpster diving:
Avevamo iniziato anche a raccogliere oggetti, uno dei nostri hobby preferiti. I nostri tavoli e le nostre scrivanie li avevamo scroccati dagli angoli delle strade di Berkeley e Oakland. [...] Siccome la maggior parte dell’appezzamento stava nascosta sotto uno strato di 30 centimetri di cemento, Bill ebbe l’idea geniale di costruire dei vasconi rialzati. La maggior parte degli ortaggi hanno bisogno, grosso modo, di non più di un metro di soprasuolo, quindi si riesce benissimo a coltivare le piante in grandi contenitori. Preparammo dei grossi vasconi e li riempimmo di letame di cavallo. Lì piantammo la maggior parte delle erbe e degli ortaggi. Bill […] non era disposto a comprare neanche il legno per costruire i vasconi. […] Negli enormi mucchi abbandonati, Bill trovava i materiali necessari per costruire l’orto.

Una sera, dopo una cena a Chinatown a base di zuppa di wonton e troppe Tsingtao, Bill ed io togliemmo audacemente il coperchio a un bidone verde sul marciapiede. Eravamo solo curiosi. Bill brancicava nel bidone. Era pieno di verdure dall’aspetto fresco, giornali, arance ammuffite, ancora verdure. […] Ora andavamo a Chinatown due volte alla settimana per rifornirci di cibo per i conigli e per i polli. […] Da quando avevamo cominciato a fare le nostre scorribande a Chinatown, le loro uova avevano un sapore più ricco e i tuorli avevano preso un colore arancione più scuro. Un’altra novità non meno entusiasmante: le buste paga dei miei vari lavori duravano molto più a lungo.

E poi ci sono il baratto, le sconfitte, i palazzinari, la condivisione, i vicini, le incubatrici di cartone e luce, le gite di studio, i fertilizzanti alle alghe marine, le invasioni di lumaconi ed opossum, il piretro per i polli raccolto per le strade del quartiere, il compost con gli avanzi di cucina, la scoperta che le foglie degli alberi da frutto estraggono il piombo dal terreno, rendendolo di anno in anno più pulito e risparmiando i frutti, i tacchini autoctoni come i semi dei Seed Savers al posto di quelli ingegnerizzati, i cenni storici, Henry David Thoreau con i suoi fagioli nelle terre di Ralph Waldo Emerson, Sylvia Plath e Ted Hughes che allevavano api e Martha Stewart che alleva polli.
I due maiali e i dilemmi di Carpenter di fronte alla loro uccisione ve li lascio incontrare da soli. Scrivere di questo libro non è stato facile, no; non per ciò che racconta bensì per la volontà di non sminuirlo utilizzando parole che potessero farlo apparire come un esperimento di una folle nostalgica e dissociata dalla realtà. Nelle righe e nella fattoria urbana di Novella Carpenter non si trova traccia alcuna della nostalgia del mondo dei nonni o degli hippy, né un ritorno alla loro terra. C'è molta realtà, incorniciata da tanto cemento e da tanta città, e volontà di un futuro che faccia coesistere i vari aspetti della quotidianità che viviamo. C'è una visione, c'è dedizione.
Leggendo Farm City mi sono venuti in mente tanti altri libri, tante ipotesi, tante possibilità. La natura progettata delle città e i vuoti da essa lasciati potrebbero diventare utili. I parchi potrebbero contenere anche orti e alberi da frutto, siepi e macchie di erbe aromatiche affinché il cosiddetto verde pubblico sia davvero per la collettività e fruibile in tanti sensi. E, vicino alla rete per il sostegno dei piselli, quella eterea e velocissima su cui far correre e condividere le informazioni.

Anche se il mio appezzamento era piccolo – e temporaneo – ero giunta alla conclusione che l'agricoltura urbana non è questione di una sola fattoria , proprio come un'arnia non è questione di una sola ape. Pensai all'arnia e all'orto di Jennifer. Agli orti di Willow che punteggiano la città di Oakland. Le fattorie urbane vengono aggregate insieme per fare una fattoria vera.così, quando affermo di essere una contadina urbana, dipendo anche da altri contadini urbani. È solo grazie a loro che i nostri prati e orti abusivi diventano qualcosa di rilevante. E se un orto muore, ne nascerà un altro. […] sapevo che ovunque fossi andata avrei continuato a produrre il mio cibo, ad allevare animali e ad amare e alimentare la vita in luoghi che la gente considerava morti.

courtesy by Sabina Rizzardi












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