Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti

Questa è la storia di Sofia, lo si capisce anche dal titolo. Sofia nasce alla fine degli anni '70, a Milano, da una madre depressa e da un padre ingegnere (in certi casi è un fenomeno patologico). La sua famiglia si trasferisce in una zona residenziale poco fuori Milano, in una casa singola in mezzo al verde, in un tentativo di sistemare la coppia: c'è chi fa un altro figlio, chi cerca altri cambiamenti.
Verso la fine della sua adolescenza, Sofia riesce a liberarsi dalla sua famiglia. La storia di Sofia, quella raccontata da questo libro, arriva fino ai giorni nostri, al presente del narratore che si svela, almeno in parte, nell'ultimo capitolo.

Quello che fa Cognetti, quello che rende questo libro un bel libro, non è solo raccontare la storia di Sofia. Ogni capitolo è un racconto che si può leggere a sè, in ogni capitolo, ognuno con il proprio titolo, c'è la storia di almeno una persona oltre a quella di Sofia, e il narratore, a cui tutta questa storia è stata raccontata da Sofia, si mette a fianco di questa persona e racconta le sue vicende.
Per esempio nel primo capitolo Sofia nasce prematura di sette mesi, incontriamo sua madre, vediamo anche suo padre che va a vederla in ospedale, ma il primo capitolo è la storia di un'infermiera, quella che, durante le notti che Sofia passa nell'incubatrice, le parla raccontando la propria vita. Il primo capitolo ci presenta Sofia Capiamo che è Sofia la protagonista del libro solo perchè ha lo stesso nome scritto nel titolo, e ci fa conoscere Cognetti, la sua cifra, il suo raccontare laterale perchè solo uno sguardo volutamente ampio ci può far vedere quello che succede.

Non esiste ordine cronologico, c'è un prima e un dopo ma vengono mescolati, episodi che conosciamo vengono ripresi perchè raccontati dal punto di vista di un'altra persona, ci sono accenni al futuro perchè chi racconta non sa tutto ma quando parla dell'infanzia di Sofia sa già cosa Sofia è diventata da adolescente e poi da adulta.

Questo modo di raccontare, affascinante e coinvolgente se fatto bene come in questo caso, l'avevo trovato pochi libri fa in "Il tempo è un bastardo" di Jennifer Egan e, come ammette Cognetti stesso, lui e Egan hanno dei modelli in comune: vale la pena leggere il blog di Cognetti per alcune riflessioni su questo libro e per alcuni articoli profondi e illuminanti su autori nordamericani.

Questo è veramente un bel libro, un libro da leggere come non ne trovavo da tempo, almeno di autori italiani. Ci sono due aspetti che più mi hanno colpito e che voglio segnalare qui.
Il primo è l'uso della casa: in questo libro, lungo i racconti che lo compongono, ci si imbatte in molte case. La casa che i genitori di Sofia comprano per salvare la famiglia, la casa della zia di Sofia, la casa dove Sofia andrà ad abitare a Roma e poi quella di New York. Nulla di strano che ci siano le case, ma è l'uso che Cognetti ne fa che le rende particolari, non sono solo dei contenitori di scene, sono degli specchi o dei rivelatori di anime dei loro abitanti.

Il secondo aspetto è il capitolo dove conosciamo la zia di Sofia, Marta, sorella dell'ingegnere. Il capitolo si chiama come il libro e forse è il più bello, forse solamente quello che più mi ha colpito. Marta fa parte della lotta armata e passerà anni in Francia, da esule. Al suo ritorno in Italia si occuperà della nipote, di questa adolescente con gravi problemi e la saprà aiutare, semplicemente trattandola da persona. Ma quello che trovo esemplare in questo capitolo è la descrizione, fatta in poche pagine, dei cosiddetti "anni di piombo": Cognetti riesce in un'operazione non semplice, raccontare questo periodo sinteticamente, in profondità e in un modo che anche un lettore non italiano può capire. Assolutamente da leggere.


"[...] studiava Storia all’università Statale, faceva gavetta in una radio di movimento, militava nell’Autonomia Operaia e a quell’ora del sabato pomeriggio non avrebbe dovuto essere lì, complice di un matrimonio riparatore, ma in corteo insieme ai suoi compagni. In centro a Milano, non lontano da quella gelida parrocchia di quartiere, la protesta era già degenerata: Rossana e Roberto si giuravano amore, fedeltà e rispetto fino alla morte, e di là si bruciavano macchine e innalzavano barricate; loro due si scambiavano gli anelli e la polizia sparava lacrimogeni, serrava i ranghi e caricava; gli sposi si baciavano davanti al prete e le forze dell’ordine infierivano sui manifestanti caduti e Marta pregava quel dio crocefisso che ne prendessero uno, almeno uno, per trascinarlo in un vicolo e rovinarlo di botte.[...]
Marta imparò a sparare quell’autunno, in montagna, in un corso d’addestramento tenuto da ex partigiani. Mirava a bersagli inchiodati ai tronchi degli alberi, coi colpi dei cacciatori che echeggiavano nei boschi, e diventò pure brava, anche se poi non avrebbe mai sparato a nessuno. Al contrario, in inverno le toccò medicare diverse ferite da arma da fuoco. Usavano casa sua come infermeria e magazzino, finché non accolsero le sue proteste e la lasciarono partecipare a qualche azione.

Le capitò di legarsi un fazzoletto al collo e rapinare il supermercato in cui sua madre faceva la spesa due volte alla settimana. Restò in macchina mentre rompevano i denti a un picchiatore fascista, dopo averlo aspettato sotto casa per giorni e scoperto grazie alla portinaia che entrava e usciva dal palazzo accanto. Avevano parecchi contatti con la gente del quartiere, le donne, gli operai: ai padroni delle piccole fabbriche, che pensavano di poter fare i tiranni impunemente, prima incendiavano la macchina, poi se necessario passavano ai capannoni. Era una vita inebriante e quasi solo notturna. Di giorno Marta tornava nei panni della studentessa lavoratrice, si teneva in piedi con il moto perpetuo e il caffè. 
[...]
In estate ci fu un’altra ondata di arresti. I nomi li conosceva tutti. Dei suoi compagni ormai sentiva solo l’uomo con cui era stata fino a un anno prima, ed era lui che la chiamava in redazione dalle cabine del telefono: era convinto che i giornali avessero le notizie in anticipo, insisteva a chiederle che cosa si muoveva. Ma Marta non ne sapeva nulla. Si era abituata a fare tortuosi giri a vuoto per andare da un posto all’altro, controllando compulsivamente lo specchietto retrovisore. Spiava fuori dalla finestra prima di uscire di casa.
Abitava da sola, e sulla sedia accanto al letto aveva preparato gli abiti con cui voleva essere portata via: conosceva i suoi nemici, li aspettava con i mitra spianati alle sei di mattina, sperava che le avrebbero lasciato almeno il tempo di cambiarsi. 

[...]
Una mattina il direttore del giornale la convocò nel suo ufficio, le chiese di chiudere la porta e di mettersi seduta, poi disse che stava pensando di mandarla come inviata a Parigi.
«Io?», domandò Marta. «Ma non so nemmeno il francese».
«Imparalo», rispose il direttore. «Il fatto è che ora non puoi restare in Italia. Mi devi credere».
Si tormentava la barba e mordicchiava una pipa spenta, con gli occhi che gli scappavano da tutte le parti. Quarant’anni prima aveva fatto la Resistenza, e nelle riunioni di redazione interrogava spesso i giovani giornalisti sull’universo caotico dell’Autonomia. Chi erano? Com’erano organizzati? Avevano una strategia condivisa? Sembrava incerto sulla posizione da assumere al riguardo, ma adesso non aveva più molta importanza.

[...]
Faceva ancora un po’ fatica a scrivere in francese, ma una ragazza della redazione le rivedeva tutti gli articoli e giurava che stava migliorando in fretta. In Francia si viveva bene. Non era un paese privo di contraddizioni, ma l’Italia vista da lassù sembrava arcaica, una terra lussureggiante spartita tra mafiosi e preti. "



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