Per legge superiore di Giorgio Fontana

Sono inciampato in questo libro, uscito ancora nel 2011, grazie ad un articolo su La Stampa. Non una recensione ma la rubrica "Di profilo": mi hanno colpito alcune parole dell'autore che, intervistato da Chiara Beria Di Argentine, a proposito della situazione giovanile dice: "Altro che rassegnazione, c'è rabbia. Un giorno licenziano un tuo amico, un altro amico teme di perdere quel poco di stabilità che a stento si è assicurato. Paura, fatica, frustazioni.[...] Il punto è: dove sfocerà questa rabbia? Finora la mia generazione sembra vaccinata alla violenza. Ma durerà? Trovo orribile che una classe dirigente che ha vissuto quegli anni drammatici non si renda conto del pericolo."
Pur non essendo del tutto d'accordo (la classe dirigente si prepara eccome, non per prevenire ma per reprimere) mi è sembrato un buon motivo per leggere il suo ultimo libro.

Una storia ambientata a Milano, il protagonista è Doni, un magistrato sessantenne, in attesa della sua ultima promozione per concludere la sua carriera. Nella sua vita, nel suo lavoro (che coincidono sotto molti aspetti) si introduce Elena, una giovane, giornalista per passione, ghost-writer e libraia per necessità. Elena è convinta dell'innocenza di un nord africano, Khaled, condannato in primo grado per un tentato omicidio. Doni rappresenta l'accusa nel processo d'appello contro Khaled, non è suo compito trovare elementi a difesa dell'imputato ma grazie a Elena (o per colpa di) conoscerà persone, luoghi e situazioni che lo metteranno di fronte al dilemma del libro: superiorità della legge o della giustizia.

Prima di tutto, una buona notizia: non c'è una storia d'amore fra il magistrato e la giornalista.

I due protagonisti della storia sono Doni e Milano: c'è la giornalista, certo, ma è comunque una figura secondaria, importante perchè è lei a convincere il magistrato a concedere questa eccezione alla sua regola, ma sarà Milano a cambiare Doni. Ad accompagnarlo ed aiutarlo nel suo percorso interiore, nei suoi dubbi su legge e giustizia, non è Elena e nemmeno sua moglie, nemmeno il suo vecchio maestro dell'università, è Milano.
Milano arriva subito, dalle prime righe: sono i chiodi che tengono su le lastre di marmo del Palazzo di Giustizia, che è la Milano dove Doni da anni si è barricato, dove vive la sua vita, lontano e isolato da tutto e tutti. I chiodi che arginano un collasso di un palazzo costruito sulla sabbia: quale metafora migliore per le convinzioni di questo uomo che per decenni ha costruito una sua personale visione del mondo e della giustizia, che cura e aggiorna addirittura in un file?
L'arrivo di Elena non scardina i chiodi ma permette che qualcos'altro entri nella testa e nel cuore di Doni per scardinarlo: Milano, quella di via Padova, dove Elena lo porta per cercare prove della innocenza di Khaled. Via Padova è la via e il quartiere degli immigrati a Milano: le pagine di Fontana su questa zona sono forse le più ispirate, quelle che mi sono più piaciute, quando il magistrato ci arriva per la prima volta, timoroso, pieni di pregiudizi e scopre, oltre a quello che sa, dell'altro: la mescolanza, gli odori, i colori, i gesti scomparsi dalle altre zone della città. Poi ci tornerà, fino a quasi diventarne dipendente, da camminare tenendo per breve tempo gli occhi chiusi, per inalare la strada, per stupirsi ad ogni nuovo sguardo.
Questo aprirsi al mondo sarà fatale al magistrato, nel senso che quello che non ha mai fatto nella sua vita, quello che da giovane non ha fatto perchè c'era già suo fratello minore come pecora nera, che a quarant'anni non ha fatto perchè aveva una famiglia e una figlia che lo contestava, per il suo ruolo in casa e nella società, gli toccherà farlo alla fine della sua vita.
E su Milano si chiude il romanzo, con Doni e Elena che guardano lo stesso Palazzo di Giustizia, gli stessi chiodi: ma adesso Doni è cambiato, è pronto a togliere questi chiodi.

Leggendo il libro mi sono convinto che l'autore voglia far lavorare molto il lettore: molte cose non sono dette, vengono lasciate là, non servono per il resto della storia. Inizialmente pensavo ad un'ingenuità dell'autore ma poi ho capito che spetta a noi, lettori, completare quello che Fontana ha lasciato volutamente in bianco. Per esempio, quando la moglie di Doni ha un attacco feroce di tosse. Oppure la pochezza di dettagli investigativi: non è un giallo, Doni non è un detective che deve cercare, con intuito e fortuna, di trovare un colpevole o di dimostrare l'innocenza di qualcuno: è un uomo che, come capita a molti, è di fronte ad una scelta decisiva per la sua vita e non è pronto. Tutto quello che non fa parte della "maturazione" di questo anziano magistrato, viene volutamente tenuto non finito.

Da libraio, mi sono interessato a tre brani dove si parla di librerie: non è usuale in un romanzo trovare così tanti riferimenti a questo lavoro, se non c'è una libreria o un libraio protagonista.
Nel primo Doni racconta alla figlia, via email, che ha comprato un libro in internet: fin qui nulla di male (non possiamo mica vietarlo come le sigarette nei film!) ma mi ha stupito che scriva su che sito lo ha comprato e dia dei dati specifici sulle spese di spedizione. Se non sapessi che è impossibile, lo direi un caso di product placement in un libro.
Nel secondo, molto più gustoso, Elena racconta a Doni cosa fa per vivere e quando gli dice che lavora in una libreria e lui le risponde che è un bel mestiere, lei gli fa:
"No, è un mestiere che ti spacca la schiena e assomiglia sempre di più a una catena di montaggio. E i clienti fanno schifo. E lavoro su tre turni, e quando mi capita l'ultimo finisco a mezzanotte[...]. Però ha dei lati positivi, e comunque a me piace."
Nel terzo, Doni ad una festa incontra un suo conoscente, un vecchio libraio antiquario, che gli dice che sta pensando di chiudere l'attività, e al dispiacere di prassi da parte di Doni, replica:
"Be', che vuole, ormai il libro non va più di moda. E poi sono stufo, sono più una macchietta che un commerciante: la gente viene a vedere il locale, quant'è bello e quant'è elegante, e farsi un giro nella zona d'antiquariato. Ma non compra niente. Pensi che addirittura hanno chiesto di fotografarmi. Pare che sia il libraio più vecchio di Milano. Divertente, no?"

Se tre indizi fanno una prova, giusto per restare in tema giudiziario, questi tre riferimenti devono avere a che fare con qualcosa di importante per lo scrittore. Ma cosa?






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