Il corpo umano di Paolo Giordano

C'è una coppia di libri che da parecchi giorni ormai sono in vetrina, uno a fianco all'altro. Sono l'ultimo di Pennac, "Storia di un corpo" e questo libro di Paolo Giordano, "Il corpo umano". Non ci potrebbe essere peggiore accostamento visivo data la radicale differenza delle copertine.Però c'è questo tenue filo del titolo, questo "corpo" che li unisce, li tiene vicino. Ma è proprio così?

Il libro di Giordano parla di guerra (o di missione di pace? non mi ricordo più): un gruppo di giovani soldati italiani viene spedito in Afghanistan, in un avamposto. I soldati semplici, i caporali, i sottufficiali sono tutti giovani senza esperienza del fronte, forse senza esperienza di vita. Gli ufficiali, non tanto più anziani, con esperienza o meno, hanno altri pensieri, hanno altri problemi e di questi giovani non sanno proprio cosa fare.
Giordano inizia il racconto che sono tornati in Italia, la missione è finita da un pezzo ma loro, quelli che sono tornati, le conseguenze di quella missione le sentono ancora. A questo punto la scena cambia, si è a inizio missione, prima di partire, i protagonisti ci vengono presentati. Si arriva in Afghanistan, alla base, e qui ecco le lunghe pagine della vita in un avamposto circondato da nemici invisibili. Poche pagine per preparare la scena del dramma ed eccolo che arriva. Due pagine, non di più. Le ho rilette più di una volta e ammiro Giordano per come le ha scritte: nessun cedimento al pulp e nemmeno al sentimento, solo poche immagini, poche parole per descrivere come tutto cambia, come tante vite possono essere annientate o per sempre modificate da quattro-cinque minuti di immersione in una battaglia. Il resto del libro ci racconta quello che succede dopo a chi è ancora vivo, prima in Afghanistan e alla fine, dei tre personaggi principali, quando sono tornati in Italia.

Ma allora, questo corpo umano ha qualche legame con la storia di un corpo?

Nel libro di Pennac il protagonista, e forse anche l'autore, non ha più paura della morte. Forse non l'ha mai avuta, forse l'ha sempre attesa, forse ha imparato a convivere con l'idea della morte del corpo e il suo diario è la cronaca quasi sempre serena di questa progressiva resa del corpo alla morte.
Nel libro di Giordano i personaggi, e forse anche l'autore, hanno paura della morte. Non sono pronti, possono essere coraggiosi o sbruffoni ma hanno una fifa nera. Il corpo, il loro corpo, come viene descritto e raccontato da Giordano, diventa metafora della debolezza umana, della loro debolezza di fronte alla morte. I piccoli e grandi problemi corporali che affliggono i diversi soldati e ufficiali dell'avamposto sono come campanelli d'allarme, sono grandi avvisi luminosi che dicono "la tua carne è molle e debole, ci vuole nulla per farti male" ma nessuno legge questi avvisi.
Due libri quindi diversi ma contigui, con un tema simile ma sviluppato da due punti di vista diversi.

Oltre alla scena drammatica della battaglia, ho apprezzato molto lo stile di Giordano per buona parte del libro: lui cerca di dare voce e vita a questi personaggi ma si bada bene sia dal giudicarli, per quello che sono o per quello che fanno, sia dal giudicare eticamente l'intera vicenda. Qui non ci sono eroi. Questo non è un libro pro o contro la guerra: Giordano non si interroga sull'utilità, sull'opportunità, sulla moralità della presenza di truppe italiane armate in un territorio straniero.Chi leggesse questo libro alla ricerca di un appoggio o di una contestazione rispetto alla politica italiana in Afghanistan, rimarrà deluso: le opinioni di Giordano da questo libro non trapelano.
Questo è un libro che racconta di giovani, di giovani italiani in guerra. Di giovani che vengono spediti senza supprto di esperienza e di comando in zone di guerra dove, indipendentemente dalle ragioni o torti, si combatte e si uccide e si è uccisi.
Se si può fare un romanzo sui precari o sulla generazione che lavora nei call center, si può parlare anche di questa prima generazione di italiani che, volontariamente perchè non c'è più la leva obbligatoria, vanno veramente in guerra. Giordano lo ha fatto molto bene.





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