Sottovuoto di Alice Banfi

Sono arrivato a questo libro dopo delle letture di avvicinamento, del tutto casuali.
Prima "Sofia si veste sempre di nero": Sofia tenta il suicidio e viene ricoverata in una clinica psichiatrica.
Poi "Comunque vada non importa": Andrea, anoressico e dedito ad infliggersi tagli e dolore, passerà un periodo in una clinica privata.
Quindi potevo dire di essere arrivato preparato a leggere Sottovuoto. Non era così. Le prime pagine sono state un vero e proprio pugno nello stomaco.
Alice Banfi racconta di Alice (è lei? è la sua vera storia? è inventata basandosi sulla sua esperienza? non lo so e nulla cambia, quello che racconta è comunque una realtà) nei suoi passaggi da una clinica a una comunità a un reparto psichiatrico, da un posto all'altro e ritorno. Di Alice racconta le giornate, la non-cura ( per la maggior parte del tempo e dei posti non viene curata), la lotta contro il tempo che non passa, contro infermieri e dottori, contro gli altri pazienti.
Una delle mie paure è di finire in prigione, non per la perdita della libertà ma per la perdita della dignità umana che molte delle carceri italiane comportano, pena accessoria e non prevista dal codice. Non avevo paura di finire in manicomio perchè, da quel che sapevo, i manicomi in Italia non esistono più. E' vero, non ci sono i manicomi ma i servizi psichiatrici di cura e diagnosi, i centri psicosociali, le cliniche private, le comunità: tutti accomunati da un uso estensivo di farmaci, dal ricorso a strumenti per "domare l'aggressività, esattamente come faceva il manicomio, con gli stessi risultati", come scrive Maria Grazia Giannichedda nella sua introduzione.
L'analogia con il carcere mi ha accompagnato per tutta la lettura del libro: la continua costrizione, mentale e fisica, contro cui combattere o tentare forme di ribellione; i tentativi di fuga, reali o virtuali; la creazione di bande con scontri anche fisici fra pazienti per avere diritto a quello che nel mondo libero sarebbe poco più di nulla: una sedia, un caffè, un posto al sole.
Ma qui non ci sono colpevoli di reati, qui ci sono persone, ragazzi sofferenti che avrebbero bisogno di aiuto: come Alice che è anoressica e appena riesce a trovare un oggetto tagliente si infligge dolore e ferite.
La sua storia si intreccia con quelle di altre ragazze e ragazzi, ma è tutto scritto in prima persona, il lettore è lì con lei: le prime pagine sono le più angoscianti, quelle che fanno calare il lettore nell'abisso dove Alice si trova. Poi la sensazione è diversa, come molte delle cose degli uomini, ci si abitua: si inizia a pensare come Alice, a stare dalla sua parte nelle sue imprese, a combattere con lei per un caffè fuori dall'orario previsto, a stare in apprensione per le sue "imprese". E si perde di vista, come succede ad Alice, il punto: nessuno la sta curando, nessuno si prende cura di lei. Quando, finalmente, trova persone che invece di legarla le parlano, invece di sedarla le parlano, invece di sgridarla le parlano, siamo stupiti noi con lei.

Alice Banfi sarà fra pochi giorni a Venezia, parteciperà al Festival dei Matti ( QUI il programma) e incontrerà Michela Marzano sul tema "In carne e ossa".


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