LA NINFA INCOSTANTE di Guillermo Cabrera Infante


Come intitola Vargas Llosa il saggio del 1997 che conclude questo libro, Cabrera Infante è l'illusionista delle parole:

per una battuta, una parodia, un gioco di parole, un'acrobazia dell'ingegno, una carambola verbale, Cabrera Infante è sempre stato disposto a farsi tutti i nemici del mondo, a perdere gli amici, e forse anche la vita, perché per lui l'umorismo non è, come per tutti i comuni mortali, un divertissement dello spirito, un semplice intrattenimento che rilassa l'animo, ma un modo compulsivo di sfidare il mondo così com'è e di mandare all'aria le certezze e la razionalità su cui si sostiene, facendo luci sulle infinite possibilità di delirio, sorpresa e assurdità che nasconde [...]. L'umorismo è il suo modo di scrivere, ovvero qualcosa di molto serio, che compromette profondamente la sua esistenza. È il suo modo di difendersi dalla vita, il metodo sottile di cui si avvale per disattivare le aggressioni e le frustrazioni che lo minacciano ogni giorno, scomponendole in miraggi retorici, giochi e scherzi.
Se pensiamo che Cabrera Infante a metà degli anni Sessanta, in seguito alla rottura con il regime castrista, esiliato da Cuba ed espulso dalla Spagna, si rifugia a Londra, comprendiamo ancora meglio le sue parole. Nel 1997 vince il Premio Cervantes, il più prestigioso e remunerativo premio per gli scrittori di lingua spagnola. Continua Vargas Llosa: gli avvenimenti politici degli ultimi anni e un generale cambio dei venti e delle realtà ideologiche hanno finalmente fatto sì che il suo talento fosse riconosciuto da un ampio pubblico, restituendogli il diritto di cittadinanza. Il Premio Cervantes che gli è appena stato concesso non è solo un atto di giustizia nei confronti di uno scrittore. È anche un risarcimento a un creatore singolare che [...] ha passato più di metà della sua vita a vivere come un fantasma e a scrivere per nessuno [...].

A scrivere per nessuno, già un’ottima ragione per leggerlo.

Scrittore, giornalista, saggista, traduttore (ha tradotto Gente di Dublino), sceneggiatore e critico cinematografico, discepolo di Carroll, Sterne e Joyce ma Cabrera Infante con uno stile solo suo, creato a propria immagine e somiglianza, dalle sue fobie e filie infatti apre così La ninfa Incostante:

Se trovi anglicismi, correttore di bozze che non approvi, non li toccare: questa è la mia prosa. Lasciali tranquilli sulla pagina. Non li muovere, fa' che nessuno li muova. Dopotutto, questa storia è stata scritta in Inghilterra, dove ho vissuto per oltre trent'anni. Una vita, come direbbe un mio omonimo Guy de Maupassant, en passant. De mot passant.
Umorismo, giochi di parole, nonsense. Ed anche musica, cinema e L'Avana, tanta, bellissima, calda, soffocante, grande, cadente, cangiante, città tautologica - il cinema sulla rampa si chiama La Rampa, la linea di autobus bianchi si chiama Autobus Bianchi e dove c'è l'incrocio di Cuatro Caminos - labirinto mitico da percorrere in tassì, dove si suona sempre perché c'è un piano ad ogni angolo. Non a caso quando venne Gottschalk all’Avana, per la precisione cent’anni fa, riuscì ad organizzare un concerto di massa con cinquanta pianoforti, che a volte suonavano contemporaneamente! Cinquanta pianisti con cinquanta piani. C’erano piani per tutti.
Ho accompagnato la lettura con i boleri che tengono per mano anche Cabrera Infante come, ad esempio, Perfidia :

«Conosce “Perfidia”?»
«Certo».
«Le va di suonarla?»
«Certo».
Cominciò: «Donna / se puoi parlare con Dio / chiedigli se qualche volta / ho smesso di adorarti».
[…] A un certo punto, però, l’amore venne a interrompere la melodia dell’amore.


Appare dal nulla Estela Morris, la ninfa incostante, una ragazza di sedici anni che da persona diventa personaggio attraverso la macchina del tempo più veloce di tutte, la memoria.

I suoi capelli corti, biondi, liberi, si muovevano con il vento, o forse seguivano i movimenti della testa, scendendo lateralmente, vivaci, e appariva come una donna molto giovane che voleva sembrare più matura, oppure una ragazza che era appena diventata donna. Ricordo ancora le sue scarpe dal tacco basso che sembrava portare per la prima volta. Ma il suo sorriso, da questo lato del mare, era come una schiuma che dirompeva dai suoi denti, fuori dalle labbra carnose. Quella prima visione fu davvero ammaliante. Lei era l'incantatrice e io l'incantato. La brezza ci avvolgeva come una crisalide, ma lei era la farfalla che volava tra me, Branly [caro amico del protagonista] e la gente che si spostava per passarci accanto. Era una farfalla diurna, i suoi capelli erano le ali che si muovevano orizzontalmente come se volessero posarsi e non avessero tempo. La farfalla, effetto ancor più speciale, parlava.


Estela era piccola. Era molto piccola. Se fosse stata una stella del cinema muto sarebbe stato normale. Ma lei non era una stella del cinema muto e, inoltre, non era normale. (Anche se, allora, io non ci credevo). Estela sembrava, in tutto e per tutto, una bambina. I suoi occhi, capaci di creare uno sguardo tra il perverso e il perduto, erano gli occhi di una bambina, perché nelle bambine il viso è tutto occhi. Aveva la testa grande e il collo lungo, sembrava una bambola ed era graziosa. In realtà era più bella che graziosa. Non era una gemma, ma sembrava genuina, con più carattere che carati. Lo so, lo so: in spagnolo si dice quilates, che fa rima con dislate, errore.


Dopo aver visto Estela, il protagonista non riesce a liberarsi della sua immagine, quindi decide di tornare sul posto del loro veloce primo incontro e la convince a rimanere con lui per un po’.


«No, sul serio. È molto tardi».
«Non per l’amore. È presto per gli dei».
«Ma cosa dici?»
«Come puoi andartene adesso quando tutto comincia?»
«È molto tardi. Mia madre».
«La nobile anziana».
«Non è per niente anziana».
«Allora è nobile».
«Non è niente di tutto questo, ma non voglio confrontarla».
«Affrontarla».
«Sì, insomma. Come si dice. È una vera arpista».
«Suona l’arpa?»
«Non si dice così?»
«Quello che vuoi dire tu è arpia».
«Ecco, giusto. Un’arpia. E poi non è la mia vera madre».
Era la sua prima rivelazione.
«Sono la sua figliastra».
«Allora lei è la matrigna di Biancaneve».
«Proprio così. È molto cattiva. Cattivissima».
«C’è poco da fare».
«Si mette davanti allo specchio non per domandare ma per affermare che è la più bella della casa».
«Una volta ho conosciuto un uomo chiamato Bella Casa».
«E questo cosa c’entra?»
«Niente. È una digressione».
«Una che?»
«Una digressione. Una cosa che si dice al margine del discorso».
«Mi mortifichi con il tuo vocabolario».
«Il mio è un vocaburlario. Cosa mi dici di tua madre?»
«Che non voglio scontrarmi con lei quando torno. Devo andarmene adesso».
Era già quasi in piedi.
«Devo andarmene. Davvero».
«Quando ti rivedrò?»
Ci sono domande che suonano come boleri. Non è poi così grave. La cosa grave è quando anche le risposte suonano come boleri.

Amando e disamando Estela passerà l’estate, fuggirà dalla moglie con lei attraverso la città, entrando, uscendo, raccontando in modo pieno una città convulsa che cambia.

A quei tempi Calle 23 finiva in Calle L, e La Rampa non era ancora stata costruita. In fondo, parallela al Malécon, c’erano le linee del tram e, a volte, se ne vedeva arrivare uno i cui binari terminavano poco prima dell’infinito. Va da sé che l’Hotel National era già al suo posto, arrampicato su un terrapieno, ma dove oggi si trova l’Hotel Hilton c’era un avvallamento con un fondo pianeggiante d’argilla dove qualche volta andavo a giocare a baseball. Il campo da gioco dove non vinsi neanche una battaglia scomparve, per diventare quel campo di Venere, non di Marte, dove almeno in apparenza mi andò meglio.
Tutto cominciò una sera di giugno del 1957. Faceva caldo, ma non troppo. Cerco di farmi capire. Siamo attaccati al Tropico del Cancro, nella zona torrida, ma la città era rinfrescata dalla corrente del Golfo, a poche miglia nautiche di distanza, nel limite delle acque territoriali. E poi c’era l’aria condizionata, ormai comune come la musica registrata.


Se Estela non comprende cosa dice per la maggior parte del tempo, l’amico e collega Branly lo spalleggia, rispondendo con altrettanta vivacità alle sue prodezze verbali.

Vidi Branly sorridere e poi ridere. Aveva il senso dell’umorismo, anche se era mezzo matto come Amleto. Un giorno andai a prenderlo in fondo alla pensione dove viveva. Stava parlando con la madre. Come tutto quel che riguardava Branly, il dialogo era straordinario. La madre di Branly, che sembrava sua nonna, anche se era nel cortile, si lavava i denti e parlava. Aveva uno spazzolino da denti in bocca ma parlava. Aveva le labbra strette intorno allo spazzolino, ma nonostante tutto parlava. Aveva la bocca piena d’acqua e dentifricio ed emetteva suoni incomprensibili. Senza liberarsi del contenuto disse qualcosa tra l’acqua e la spuma, Branly le rispose imitandola, gonfiando le guance con l’aria, emettendo gli stessi suoni incomprensibili della madre. Era un dialogo tra gente con la bocca piena. A un certo punto la madre scomparve dentro la camera ma riapparve subito, dicendo:
«Robertico, sono tua madre».
Branly rispose:
«E io tuo figlio. Piacere di conoscerti».
[…]
Branly, per esempio, diceva che gli uomini diritti e perfetti stavano in fila con soldati e burocrati, perché erano tutti mediocri. «Ma», affermava, «chi ha un difetto fisico [come lui], avrà sempre le sue opinioni. Una volta disse: «Ci duole meno l’anima che un callo». Oppure: «Quella cosa chiamata cuore rimane a sud del risvolto della giacca». O anche: «Quando penso agli odori piacevoli, penso a una Camel che brucia. È onanismo bianco». O in altre occasioni: «Tutti abbiamo un culo morale che non mostriamo in pubblico e che copriamo con le mutande della decenza e i pantaloni della civiltà».


Ritorno al Prologo, dove da subito sappiamo che la storia è autobiografica e realmente accaduta – a prendere il batterio Estela è probabilmente Cabrera Infante nel 1957.
Raccontare significa correre dei rischi. Uno di questi è il rischio che si corre nella vita, perché lì non si racconta. La vita è sempre in prima persona, anche se uno sa come sarà, «alla fin fine», il finale. La terza persona è senza dubbio più sicura. Ma costruisce un resoconto distaccato che risulta sempre falso. Questo falso distacco è tipico del romanzo, mentre la vicinanza della prima persona è frutto della vita. La terza persona non va da nessuna parte. Tutto è fiction, ma la prima persona, così singolare, riesce a nasconderlo bene.

courtesy by Sabina Rizzardi

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