Memorie di un vecchio giardiniere di Reginald Arkell



Prendo a prestito le parole del grande giardiniere Paolo Pejrone, e del suo Diario, per raccontare di un altro giardiniere, Herbert Pinnegar, il protagonista di questo libro. Un giardino e il suo giardiniere sono complici e in qualche modo amici. Avranno sempre qualcosa di interessante, gradevole e vivo da raccontarsi, trasmettere e discutere. Il mondo del giardino, i suoi orizzonti e l’intima essenza dei suoi componenti sono meno immediatamente percepibili di quanto si pensi. Sostenuti da una robusta e necessaria dose di fatalismo e di indispensabile pazienza, i giardinieri, quelli veri, combattono strenuamente con le loro piante nel segno del giardino ideale. Con il solo fatalismo non si otterrà mai “quel” giardino cui i giardinieri, quelli veri, aspirano. Per conquistarsi un giardino in pace e di pace, c’è bisogno di tantissime guerre.


Narrato in terza persona e scritto da un autore a sua volta appassionato di giardinaggio, il libro ci racconta le memorie del Vecchio Gramigna - una specie di pianta resistente, da ottant'anni sulla breccia - e dei suoi giardini, da un'età tenera all'altra. Nato alla fine dell'età vittoriana ed orfano, Herbert ha la fortuna di incontrare donne lungimiranti che colgono la sua precoce inclinazione per il giardinaggio e grazie a cui da aiutante, arriverà a diventare capo giardiniere e giudice in tutte le competizioni floreali.
Passano gli anni, le abitudini sociali cambiano, le stagioni e la vita delle piante trovano corrispondenza nelle stagioni e nella vita dell'uomo e degli uomini.
Che peccato che le persone non la smettessero di litigare e passassero invece più tempo nel proprio giardino, ripete spesso la Signora - e padrona del grande giardino della villa in cui Pinnegar lavorerà tutta la vita - Charteris di fronte alla guerra. I due, grazie al comune progetto del giardino, trascorreranno sessant'anni di rispetto e scambio. In apparenza asciutto, Pinnegar farà spesso doni inaspettati alla sua datrice di lavoro. Verso la fine del libro, la villa verrà venduta e la vecchia signora Charteris, arrivata a quell'età in cui, forse, si è in grado di vedere meglio da lontano che da vicino, partirà per la sua nuova casa, più semplice da gestire di una grande dimora con un grande giardino.
«Sapete, Pinnegar, la gente non ama veramente i giardini altrui; fingono che sia così e dicono ciò che è conveniente dire, ma si capisce, eccome! Per questo voglio che rimaniate qui il più a lungo possibile e che ogni tanto mi scriviate, per sapere come vi trovate e cosa fate. Siete stato molto gentile con me, Pinnegar, e vi ho sempre voluto bene... anche quando eravate un po' testardo. Non ho dimenticato quelle fragole precoci. Forse vi consentiranno di mandarmene un po' ogni anno... E le campanelle blu non me le potete mandare, naturalmente, ma fatemi sapere quando sbocciano e io farò di tutto per ricordare come mi apparvero la mattina in cui mi faceste quella deliziosa sorpresa. E non dimenticate, Pinnegar: comportatevi sempre da bravo ragazzo, ubbidite al signor Addis e ogni giorno imparate un nuovo nome latino...». Ma il Signor Addis, capo giardiniere prima di Pinnegar, non c'è più e Pinnegar è un ragazzo di settant'anni che, di fronte alla possibilità di perdere il suo giardino, si chiede come poter rinunciare a tutto dopo sessant'anni, e cosa ne sarebbe stato di lui, se l'avesse fatto? Non era per i soldi: nella vecchia teiera sulla mensola del caminetto ce n'erano abbastanza da durargli fino alla fine, se solo gli avessero permesso di lavorare gratis...

In mezzo ai fiori, ai ricci pungenti del castagno e i piccoli pennacchi rossi sui cespugli di nocciolo, a parole scorrevoli e fresche come l'acqua per annaffiarli, non mancano considerazioni  (non solo) sull' epoca.
La sottile tecnica di persaudere un individuo a licenziarsi perchè non si ha la possibilità o non si vuole farlo noi stessi merita un momento di riflessione. Il metodo varia da indivuo a individuo: lo si può spingere a licenziarsi trovando sempre da ridire su ciò che fa; gli si può tendere un tranello astuto che, in un momento di distrazione, lo spinga a dire: «Bene, se la pensate così, allora è meglio che me ne vada». Oppure lo si può umiliare ignorando la posizione che occupa rivolgendosi direttamente ai suoi subalterni. Non c'è un metodo migliore dell'altro, ma forse l'ultimo è il più odioso e micidiale quando l'individuo di cui ci si vuole liberare ha una propria dignità.

courtesy by Sabina Rizzardi

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