SINAPSI. Opere postume di un autore ancora in vita di Matteo Galiazzo


È passata una decina d'anni dall'ultimo libro pubblicato di Matteo Galiazzo. Indiana, per la collana I lucci, raccoglie, in ordine sparso, ventidue suoi racconti dispersi, di cui uno inedito e uno scritto a quattro mani con Marco Drago; pubblicati in ambiti diversi e scritti tra gli anni Novanta e i primi anni del Duemila, hanno prefazione di Tiziano Scarpa e intervista a Galiazzo in chiusura, nella quale ci racconta perchè scriveva e perchè ha smesso di scrivere passando oltre, del curatore Matteo Bianchi. Io l'ho letta all'inizio, perchè è la sua voce più recente, senza il filtro di pensieri altri.
Non mi sento di mettermi a discutere i come ed i perchè. Posso dire semplicemente, leggetelo? Ecco, leggetelo. Magari, come è successo a me, vi sentirete lettori un po' orfani dopo, però vi sarete divertiti tanto, vi sarete soffermati a pensare agli ultimi vent'anni e vi ci sarete trovati. 

Alcuni frammenti:

Ci sono dei tabulati, ecco. Hanno pubblicato dei tabulati: il cristianesimo sta regredendo. Hanno diviso il territorio in settori, e nel mio settore c'è stato un decremento annuo stimato del due e mezzo per cento almeno. Non so in che modo abbiano ottenuto queste cifre. Chi gliel'ha detto? Non ho visto nessuno passare di qua a domandare in giro. Inaccettabile, secondo loro, questo calo del due e mezzo per cento. Ho dovuto passare una settimana a Manyika, dove ho subito una specie di seminario, con studio dei target, comunicazione, cazzate varie. Dovrei girare i villaggi porta a porta, ecco la loro idea, con la mia ventiquattrore, lasciando nei villaggi le Bibbie tradotte in bantù, come dire il libretto di istruzioni di una religione che ha passato il vaglio di secoli di collaudo nei paesi più industrializzati, che può vantare molteplici certificazioni internazionali, un Dio garantito Iso 9000, impermeabile stagno HP 65, quindi particolarmente adatto a questo clima.

Non solo non predico la parola di Cristo, ma cerco il più possibile di cancellarla. In molti villaggi la religione è diventata una commistione di culti tribali tradizionali adattati a forme estetiche cristiane. Le statue delle madonnine usate come altarini per immolare le galline, i crocifissi fatti piroettare in aria durante le danze per fermare l'inondazione, eccetera, le ostie condite col pepe.
Di fronte a queste cose io mi metto effettivamente a predicare. Li prego di smettere, di lasciar stare. Non è facile farli ritornare ai loro riti precedenti, quelli puri, vergini, inalterati. Non è facile, ma io sono un prete, e se l'essenza della predicazione è quella di far cambiare idea a qualcuno, io sto predicando. Se altri preti sono riusciti a immettere le figure cristiane non vedo perché io non dovrei, armato degli stessi abiti e della stessa potenza, riuscire a distruggerle.
È complicato ricostruire la religione primitiva, ripristinarla. [...] 
Se mi chiedono come si chiama questa religione che vado predicando, io rispondo che si chiama cristianesimo.

da Il ferro è una cosa viva, alle pagine 9, 22


Prima di fare il servizio civile vendevo robot pallettizzatori. Sono una roba che sistema gli scatoloni sopra i bancali di legno 80x120. Vendevo anche piattaforme rotanti per avvolgere il nylon attorno al pallet. Andavo lì nelle fabbriche, dove c'erano questi uomini che tutto il giorno alzavano e piazzacano scatoloni sopra i bancali. Di solito ce n'erano tre in fondo al nastro trasportatore e uno che avvolgeva il nylon a mano da una parte. Arrivavo io, vendevo il robot, e questi qui venivano licenziati. Via, verso altre fabbriche, dove io non ero ancora arrivato. Dopo un po' arrivavo anche lì. A volte li riconoscevo, erano proprio gli stessi, mi ricordo un tizio strabico al colorificio Gaulli, e dopo qualche mese in una fabbrica di motorini elettrici per tergicristalli, quando sono entrato mi guardava con un occhio solo come dire, cazzo, sei già qui, sei di nuovo qui, mi vuoi lasciare in pace, col tuo merdosissimo robot pallettizzatore.

Signore? Mi toglie una curiosità?
Dimmi, ragazzo.

Nelle foto. Anche nei quadri. In tutti i suoi quadri, ci sono quelle ombre attorno ai visi. Non si capisce cosa siano. Hanno un significato particolare?
Quelle sfuocate ovali?
Si, quelle.
È il mio segreto. Il mio trucco per la felicità.
Ah. Cioè?
Mi aiuto con quelle foto. Per fare i quadri scattavo foto, poi studiavo i volti. Tutti dicono che i visi che disegno sembrano straordinariamente felici. Non è mica facile. Non puoi dire a uno sii felice per tre ore, intanto io ti faccio il ritratto. Non la puoi nemmeno inventare dal nulla, la forma della felicità. Per questo faccio prima le foto. Faccio le foto e poi le ricopio. Ma anche le facce nelle foto devono essere felici. Come si fa a scattare le foto proprio nel momento giusto? Allora ho visto che c'è un posto davanti al quale tutti diventano felici. Io me ne sono accorto per caso. Mi sono sempre nascosto lì per fare le foto.
Dove?
Nella vetrina della pasticceria. Se uno guarda la vetrina di una pasticceria ha quell'aria lì. Nascondevo lì la macchina fotografica. È questo il mio trucco.
Allora quelle cose?
Torte.
 
da Sedici gradazioni di nero, alle pagine 57, 63


«Ho un problema» gli dissi.
«Quale?»
«Non so come continuare questo racconto» spiegai. «Ho per le mani un sadico, un aspirante scrittore e un disoccupato, e non so come far intrecciare le loro vicende.»
«Non so come aiutarti. Certo che non dovresti cominciare un racconto se poi non sai come va a finire. È una cosa che devi risolvere da solo» mi disse.
«Però la colpa è anche un po’ di voi personagg
i. Cioè, non mi ascoltate mai, non seguite le vicende, non rispettate l’intreccio né le battute nei dialoghi. Volete far sempre di testa vostra, quasi come se foste nella vita reale, e ogni volta mi sconvolgete la trama.»
«Dai, noi apprezziamo quello che fai.»
«Forse sono poco adatto a fare l’autore, sono troppo poco autoritario con voi.»
«È che noi abbiamo anche altri problemi connessi con il mondo reale, facciamo i personaggi dei tuoi racconti nei ritagli di tempo libero solo perché siamo tuoi amici, ma non è che possiamo essere completamente a tua disposizione. Abbiamo i nostri casini, i nostri appuntamenti. Dovresti pagarti dei personaggi professionisti, che lo facciano per campare, questo lavoro.»
[…]
«Comunque finché non avrai i soldi per pagarci a tempo pieno, sappi che questa è la situazione. Sappi anche che comunque ti siamo molto affezionati. Sappi che ti tradiremo solo per compensi molto elevati.»


da Volontariato Urbano, alla pagina 132



Poi una di queste volte che ero da lei, quella volta che volevo raccontarvi, è successo questo. È successo che c'è stato un blackout che è durato veramente un sacco. Non so quanto esattamente, ma a me è sembrato eterno. All'improvviso si è spento il televisore, no?, si è spento all'improvviso, e siccome c'era solo quello di acceso, allora la nonna non aveva capito che era un blackout e cercava di riaccendere con il telecomando. Invece io, che sono più industrializzata, avevo capito, cioè avevo paura di avere capito e mi sono alzata e ho schiacciato l'interruttore della luce e ho visto che non si accendeva niente. Niente, nonna, manca la luce, le ho detto, è inutile. Ora ritorna, stai calma. Sarà questione di pochi secondi, vedrai. Invece quella volta non c'ho preso per niente, perchè è stata una questione molto lunga, ma io non lo sapevo ancora. Allora niente, subito mia nonna continuava a guardare il televisore spento come se fosse ancora acceso, per non perdersi nemmeno un secondo quando tornava la luce, e fissava il televisore e non si muoveva. Solo che dopo un po' che stava lì ha cominciato a essere nervosa, si girava sempre più spesso verso di me, e aveva una faccia che mi chiedeva spiegazioni di quell'increscioso protarsi dell'oscuramento, anzi, non è che mi chiedeva spiegazioni, sembrava proprio che la responsabile fossi io. Ma cosa si può fare? mi ha chiesto. E io, Niente, nonna, bisogna solo aspettare che ritorni la luce. Torna da un momento all'altro, ora vedi, calma. Invece lei non stava calma per niente, infatti si è alzata ed è andata vicino al televisore e si è messa a controllare tutti i pulsanti e poi mi diceva, Tu che riesci ad accucciarti, guarda la spina se va bene, se è messa a posto. Non c'entra niente la spina, nonna, non vedi che anche la luce non va? È una questione di corrente, no? Non possiamo fare niente, dai siediti lì tranquilla che ora torna. E se chiamiamo un tecnico? mi fa. Ma che tecnico, nonna e cosa fa il tecnico? Non è rotta, nonna, bisogna solo aspettare che torni la luce. Siediti lì buona. E quando torna la luce? mi fa. Tra poco, nonna, tra poco.
Era tremendo, no? Era tremendo. La cosa più tremenda di tutte era il silenzio che c'era nell'appartamento. Perchè invece di solito mia nonna tiene il volume a stecca, e invece, ora tutto taceva e a me faceva impressione vedere tutte le cose, così, in silenzio. Cioè, tutti i soprammobili, per esempio, era strano vedere che esistevano lo stesso anche in silenzio, che loro c'erano lo stesso.

da Crisi, alla pagina 141-142



Mi chiamo Ker. Si pronuncia ka:* e quindi quando qualcuno mi chiama kε:r io di solito non rispondo. A scuola andavo molto male per questo fatto qua. I prof mi chiamavano e io non rispondevo. Non si riusciva mai a interrogarmi. Anche la prof d'inglese, lei mi chiamava kεa*, ma il mio nome come ho già detto si pronuncia ka:e quindi io non rispondevo neanche a lei.
I prof hanno mandato a chiamare mamma. Mamma si chiama Kandy, che si pronuncia kændi ma i prof  la chiamavano kmendy e lei non rispondeva. Non riusciva nemmeno a capire perchè l'avessero chiamata lì e chi fosse quella psicotica e autistica kε:r che le stavano descrivendo. 
Comunque c'è un topo a casa mia. Se n'è accorto mio padre ieri sera guardando la tele e a un certo punto ha visto questa macchia grigia che si muoveva con moto rettilineo uniforme dall'ingresso allo sgabuzzino. «C'è un topo!» si è messo a gridare. «Ker; Kandy, venite!» Non gliene fregava niente a nessuno. Anche perchè pure papà non sa pronunciare i nostri nomi. Ci chiama ceųr e HεndY.
 
da Il mosso e il mero, alla pagina 169 


Sto chiedendo l'elemosina seduto davanti alle porte automatiche della Coop, con in bocca la terza sigaretta della mattina, si avvicina questa signora sui quaranta, dalle gambe dolorosamente depilate, si ferma davanti a me, cerca nella borsetta, cerca degli spiccioli, si sente rumore di molti mazzi di chiavi, fa no con la testa, tira fuori  una bomboletta di profumo spray, sorride, dice, Ti spruzzo un po' di questo che tanto vale un occhio della testa, sono sicuro che le sue intenzioni sono buone, a volte mi accorgo solo dopo un po' che mi sono pisciato addosso, magari un sacco di gente non si avvicina perchè puzzo, perchè la mia barba ha una densità irregolare, magari con questo profumo tutti si avvicineranno a me contenti di darmi gli spiccioli, anzi, se io scrivessi ancora per la pubblicità proporrei uno spot del profumo proprio così, con uno che chiede l'elemosina e nessuno lo caga, poi si spruzza questo profumo e tutte le donne lo lapidano di monete e gli infilano i biglietti nei pantaloni e sotto le ascelle come uno spogliarellista, sono sicuro che questa donna è animata dalle migliori intenzioni, magari lei ci crede nella forza di coesione sociale del profumo, io non ci ho mai creduto, per questo magari io devo chiedere l'elemosina in questa maniera esplicita e lei ha ancora il piacere di metodi più ermetici, ma forse è solo questione di target, perchè in fondo anch'io con questo mio aspetto trasandato devo essere simpatico a qualcuno, ieri un ragazzo col piercing sulla fronte mi ha regalato un giubbotto di quelli dell'aviazione russa, tiene caldo perchè in Russia fa freddo, la signora toglie il tappo e mi spruzza il profumo verso il collo, il profumo dev'essere di quelli a base alcolica, la sigaretta fa prendere fuoco allo spruzzo, la bomboletta diventa un piccolo lanciafiamme puntato verso la mia faccia, la donna grida, ma è come impietrita e rimane congelata con il dito premuto, la combustione risale all'indietro, fa fondere la plastica della valvola, la scioglie e la fiamma adesso esce verticale, quando la donna butta via la bomboletta di profumo questa continua a spruzzare fiamme, rimbalza per terra, rotola sospinta dal getto come un piccolo razzo vettore, rotola giù dalla discesa verso la porticina in metallo della cabina del proiezioniosta del cinema porno, la porticina è aperta, la bomboletta entra, la mia barba sta bruciando, mi tocco la faccia in fiamme, cerco di spegnerla, ma ho paura di modificarla, ora che è così calda, se ci premo le mani plasticamente deformerò i miei connotati che ora sono allo stato di fusione e cedevoli come plastilina, ridiventeranno stabili e nuovi quando questo fuoco si sarà raffreddato, la mia faccia adesso è liscia come quella di un bambino, devo sembrare un bambino, una volta un prete mi ha detto che nell'antichità le donne si depilavano le gambe dandosi fuoco ai peli.

da Le mummie, alla pagina 235-236

courtesy by Sabina Rizzardi 





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