Amianto di Alberto Prunetti

Il titolo è Amianto, il sottotitolo "Una storia operaia", la copertina non lascia dubbi, amianto in primo piano sullo sfondo un volto con la protezione per respirare in ambienti pericolosi.
Eppure il titolo e la copertina ingannano, è il sottotitolo che ci dice cosa troveremo dentro al libro. Una storia operaia, una storia di un operaio, un operaio specializzato, saldatore, tubista, trasfertista (se non sapete cosa significano questi termini, è un motivo in più per leggere il libro) raccontata dal figlio.
Certo, è l'amianto che farà ammalare questo operaio e la sua malattia lo farà morire poco tempo dopo la pensione. E' l'amianto a cui è "esposto" la causa della sua morte: Prunetti ce l'ha, e a ragione, con questo participio passato, come se l'essere esposto velasse le vere responsabilità. Sarebbe più giusto dire che è stato ammazzato con l'amianto.
Certo, questo è un libro di denuncia, delle condizioni di lavoro non sicure e quindi di sfruttamento che ha dovuto subire non solo il padre ma un'intera generazione di operai, intere zone d'Italia per la vicinanza al limite dell'assurdo fra materiali e produzioni nocive e persone, abitazioni, paesi.

Ma per tutte le pagine, fino alla fine, quello che sta sopra tutto, quello che lo fa diventare un bel libro e non solo un libro di denuncia, è il rapporto fra il figlio che è la voce narrante e il padre che seguiamo solo in quello che è la visione che il figlio ha di lui: non ci sono altre voci, altre testimonianze sulla vita di questo operaio se non quelle del figlio, prima un piccolo bambino, poi un ragazzetto, giovane adolescente, universitario e per finire uomo maturo che segue l'agonia del padre.
I sentimenti di questo figlio, l'amore verso suo padre e l'orgoglio di avere e avere avuto un padre così, un operaio, che sapeva costruire le cose, che considerava immorale non lavorare: sono i sentimenti di questo figlio a ridare spazio e dignità ad una classe operaia che sembra scomparsa.

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