Il cantiere di Juan Carlos Onetti

E' un cantiere navale ormai dismesso quello del titolo.
Tutto è in rovina.
Il proprietario, Petrus, un vecchio che non si arrende, che continua a ripetere che il cantiere vale trenta milioni di pesos e che è questione di poco e di pochi giorni per farlo ripartire.
Il cantiere ha solo due dipendenti, un direttore amministrativo e un direttore tecnico, che come fanno finta di lavorare così fanno finta di ricevere uno stipendio: alla fine del mese il direttore amministrativo scrive nel registro dei debiti il loro stipendio; per vivere vendono di nascosto il materiale ancora non del tutto rovinato del cantiere.
Vicino al cantiere c'è la casa di Petrus che però è sempre via, sempre in giro per far ripartire il cantiere, a casa sua resta solo sua figlia Angelica Ines, pazza, insieme ad una cameriera.

Larsen lo incontriamo alla prima pagine. Ci dicono che da Santa Maria è stato via cinque anni, anzi che ne era stato cacciato. Lui torna e non è più giovane. E decide di corteggiare Angelica Ines e puntare al cantiere di Petrus di cui si fa nominare direttore generale.

All'inizio può essere ragionevole il comportamento di Larsen, un uomo alla ricerca di un riscatto sociale. All'inizio non sa o non vuole sapere cosa sia in realtà il cantiere. Ma dopo, quando non può ignorare lo stato del cantiere, l'assenza dello stipendio, l'impossibilità di entrare, anche solo fisicamente per una visita, nella casa di Petrus, lui continua a stare al lavoro e a cercare Petrus e a corteggiarne la figlia e a credere alla promessa che solo pochi giorni e la situazione al cantiere cambierà.

Perchè Larsen continua questo che nelle pagine del libro ripetutamente viene definito "un gioco"? Perchè Larsen continua ad andare al lavoro pur sapendo che non riceverà stipendio? Perchè continua ad essere direttore generale del nulla?

Non può sfuggire il valore simbolico di questo personaggio, questa sua personale discesa agli inferi, questo non volere nè potere fare altro che ciò che si sta facendo, per quanto inutile, vuoto, senza senso. Il cantiere come metafora di un mondo dove l'uomo è privo di scopo e di senso e che cerca nell'azione, qualsiasi, una via per sfuggire alla disgrazia. Disgrazia che non è miseria ma è assenza di grazia.

È questa la disgrazia, pensò, non la sfortuna che arriva, insiste, e poi infedele se ne va, ma la disgrazia, vecchia, fredda, verdognola. Non è che venga e rimanga, è una cosa diversa, niente a che vedere con i fatti, anche se li usa per manifestarsi; la disgrazia non viene, c’è. E stavolta c’è, non so da quando; ho fatto dei gran giri per non vederla, l’ho aiutata a ingrassare con il sogno della direzione generale, dei trenta milioni, della bocca che rideva senza far rumore nel bersò. E ora, qualunque cosa io faccia servirebbe solo a essere colpito con più forza. L’unica soluzione che rimane è esattamente questa: fare qualsiasi cosa, una cosa dietro l’altra, senza interesse, senza senso, come se un altro (o meglio, come se altri, un padrone per ogni atto) ti pagasse per farle e tu ti limitassi a obbedire nel miglior modo possibile, incurante del risultato finale. Una cosa e un’altra e un’altra ancora, distaccato, senza preoccuparsi se vengono bene o male, indipendentemente da cosa vogliono dire. È sempre stato così; è meglio che toccare ferro o farsi benedire, quando la disgrazia capisce che è inutile, comincia a seccarsi, si stacca e cade.

Chi ha letto queste mie righe di commento potrebbe avere scarso entusiasmo nell'affrontare il libro. E' bene che sia così, questo è un libro che non intrattiene, non racconta trame avvincenti nè descrive personaggi in cui identificarsi. Chi affronta un libro come questo deve avere la voglia e la pazienza di entrare nel mondo costruito da Onetti e lasciarsi trasportare. Se lo farà scoprirà un libro scritto in modo incredibile, un uso del realismo per descrivere il nulla, un'affabulazione che crea mondi, un uso degli aggettivi (tre alla volta) che lascia a bocca aperta. Ecco a voi:
Fu allora che si convinse senza riserve di essere morto. Rimase col ventre appoggiato al lavandino, finendo di asciugarsi le dita e la nuca, curioso ma sereno, senza preoccuparsi delle date, indovinando le cose che avrebbe fatto per riempire il tempo fino alla fine, fino al giorno remoto in cui la sua morte avrebbe smesso di essere un fatto privato.









INSTAGRAM FEED

@lepancherosse.dellamarcopolo