Litigando con il mondo di Ivo Andric

"Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni." Questo afferma Flannery O'Connor sull'esperienza necessaria ad una persona per iniziare a raccontare e scrivere storie. Questo mi è venuto in mente leggendo Litigando con il mondo, raccolta di racconti brevi di Ivo Andric sull'infanzia e sull'adolescenza.
Nella postfazione del curatore del libro, Bozidar Stanisic, si parla di questo Ivo Andric "altro", diverso allo scrittore che siamo abituati a conoscere, quello dei romanzi che lo hanno reso celebre. In questi racconti con c'è la sua terra, non c'è la Bosnia, non ci sono le diverse etnie che convivono, non c'è il flusso della storia. Sono racconti che potrebbero svolgersi ovunque.
E pur togliendo tutte quelle caratteristiche che lo hanno reso conosciuto e assurto a simbolo della letteratura di questo angolo di mondo, questi racconti sono dei piccoli gioielli.
Scritti fra il 1936 e il 1960, i protagonisti sono bambini o giovani adolescenti e gli avvenimenti descritti sono importanti per loro, a volte fondamentali ma spesso banali se confrontati con le vicende dei "grandi".
C'è il bambino che va in terza elementare, Lazar, che sente i grandi dire di uno che è un sospetto. Lazar non conosce il significato di questa parola, può solo intuirne la negatività dal contesto: diventa una ossessione capire cosa è un sospetto, cosa lo rende tale, quale vita può fare un sospetto. Fino a voler diventare Lazar stesso, un bambino, sospetto inziando così una sua personale lotta con il mondo. In questo racconto, il primo del libro, l'avvenimento è quasi nullo, una semplice frase detta e ascoltata da Lazar, un'inezia ma che cambierà la vita del bimbo. Andric ci porta nelle riflessioni di Lazar, nei suoi tentativi, da bambino, di ottenere una risposta, nella sua decisione, nella sua inevitabile decisione di diventare a sua volta un sospetto.
C'è il ginnasiale, povero, che finalmente arrivato in terza ginnasio ha diritto a prendere in prestito i libri dalla biblioteca scolastica. Il primo libro però gli cade, si rompe e lui passerà l'intero semestre a rovinarsi la vita con la paura delle conseguenze, una volta che dovrà restituire il libro rotto. Alla fine non succederà nulla, il bibliotecario non se ne accorgerà. Ma l'ansia, la paura del ragazzo è reale e Andric ce la fa toccare con mano.
In tutti i casi sono bambini o ragazzi lasciati soli, devono contare solo sulle proprie forze. Gli adulti, i grandi sono distanti, nello spazio e nel cuore, non ci sono o non c'è rapporto o quando c'è, come in "Mila e Prelac", questo rapporto è causa di gioia ma nasconde il tradimento e la delusione che cambierà la vita.
Questo mettersi dalla parte dei "piccoli", questo vedere il mondo con i loro occhi e quindi assumendo le loro sensazioni, pensieri e paure, da solo basterebbe per leggere il libro.

Il richiamo iniziale alla O'Connor non è fuori luogo, in alcuni passi si sente forte questo comunità di scrittura, questa capacità di racchiudere in poche righe un mondo di valore universale fatto di misere vicende di pochi e infimi personaggi, siano essi del profondo sud degli States o di uno sperduto paese bosniaco.
Vi trascrivo alcuni dei passi che più ho amato di questi racconti. Il racconto è "Mila e Prelac", ma in queste riche non si parla di loro (Mila la zia del bambino, Prelac il vagabondo che arriva in paese), si parla invece di un barbone del villaggio. Nel villaggio è arrivata l'ordinanza di eliminare i cani randagi e il Comune deve assumere una persona ma nessuno vuole questo lavoro. Nemmeno l'ultimo del villaggio, un barbone di nome Corkan. Un altro scrittore avrebbe speso due righe per questo personaggio, al racconto serve solo per rendere plastica l'idea di repulsione per questo lavoro che solo il vagabondo Prelac, uomo non del villaggio, accetterà. Invece Andric ci presenta Corkan, ci racconta in poche righe la sua vita, la sua nascita, figlio di una zingara e di un soldato scomparso prima che nascesse. C'è un breve passo che accenna ad una donna della sua vita, un'acrobata. E poi spende quattro pagine per raccontare gli ultimi attimi di vita di questo uomo, che muore proprio il giorno in cui avevano pensato a lui per quel lavoro con i cani.
"Era invecchiato e malato da tempo. Si trascinava a fatica. Il suo abito, che del resto non era stato confezionato per lui, si faceva ogni giorno più largo. Sulla testa, dalla quale i capelli erano scomparsi da tempo, il berretto di lana che non si toglieva mai, sporco e ingrigito, aveva ormai preso la forma del suo cranio. Le orecchie erano avvolte con un fazzoletto colorato perchè facevano colare pus misto a sangue. Il suo occhio spento pareva ancor più infiammato e come fuligginoso, e la palpebra di quello sano ricadeva gonfia e pesante. Ma in quell'occhio entrava ancora il sole tutto intero."
Quando leggo questo passo mi emoziono: mi avvicina a un uomo sfortunato come non ho mai avuto il coraggio di avvicinarmi nella realtà.
"In quei pensieri, con quel terribile e ridicolo aspetto, seduto sul basso muro in rovina e al sole primaverile, spossato e consumato, Corkan avvertiva che, finalmente, stava diventando ciò che aveva sempre sognato e desiderato essere: un uomo grande e solitario, un amante e un eroe, snello, diritto, duro, come un bianco ed eterno cippo su una tomba."


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