Geografia commossa dell'Italia interna di Franco Arminio


Ultimamente sono fortunato con i libri. Anche questo appena letto ha una caratteristica che accomuna tutti i libri cha fanno un lettore fortunato: è un libro con un motivo.
Franco Arminio è un paesologo. Non so esattamente cosa sia la paesologia ma mi ha fatto venir voglia di studiarla.
Franco Arminio vive nel Sud Italia e ne parla in questo suo libro e mi ha fatto venire una gran voglia di farmi un giro per quei paesi che racconta.
Franco Arminio è padre, nel libro c'è una lettera a suo figlio. Vorrei riuscire a diventare un padre come lui che sa riconoscere nel figlio l'uomo che verrà e sa dirglielo.

Questo è un libro che non è una raccolta di poesie eppure lo stile, il ritmo di molte parti sono quelle della poesia.
Non è un romanzo perchè la protagonista, l'Italia del Sud, è quella vera, non quella immaginata da un romanziere.
Non è nemmeno un saggio, Arminio non si mette mai in cattedra, lui percorre le strade e descrive a sè e poi a noi quello che vede, il visto più che il pensato c'è dentro a questo libro. Il bello è che la visione di Arminio è un dono per chi, come me, non è più abituato a vedere tante cose.

Nei brevi e a volte brevissimi brani che compongono questo libro troviamo le riflessioni di Arminio, sui paesi che visita, sulle persone che incontra, sull'uomo e sulla sua morte, quella dell'uomo e quella di Arminio. La sua ipocondria lo accompagna, non lo abbandona e ce lo rende più simpatico perchè non ne fa mistero. Ma la sua visione, quello che ci riporta dalla retina al foglio, lì si trova la ricchezza del libro.

La mia copia del libro è piena di post-it che mi segnano le parti più belle, quelle che vorrei condividere. Ne seleziono a malincuore solo alcune che riporto qui sotto.

La paesologia è una scienza arresa, è una scienza radicalmente ecologica. Piuttosto che militare per la ricchezza, meglio militare per il fallimento dell'arroganza, per la morte, per Dio, per la poesia. Il pensiero della morte è il più ecologico che esista. Per salvare il mondo dobbiamo pensare che siamo mortali, dobbiamo usare i nostri corpi, camminare, abbracciarci, stenderci al sole e sgretolarci, annusarci, danzare e suonare, salutare il sole, scrivere poesie, non ci sono altre strade, dobbiamo congedarci da ogni idea di progresso, dobbiamo congedarci da ogni fiossità, muoverci sciolti, muoverci nel provvisorio, scatenare immaginazioni, lasciare i caselli delle mete obbligate, muoverci verso l'impensato, tenere il miracolo del mondo nel nostro fiato, raccontarci la meraviglia di essere qui assieme ai cani, ai vermi, ai conigli, alle nuvole, alle foglie, ai pesci, agli uccelli, assieme alla pioggia, assieme al vento, stare qui a sentire l'aria che gira senza mai fermarsi, raccontarci storie belle, mutilare l'efficienza, l'indifferenza, sgangherare l'idea del profitto, disarmare il disincanto. Con queste munizioni nello spirito possiamo guarire qualcosa, il nostro compito non è allungare la permanenza a niente e nessuno, ma rendere più lieve e quieto quello che c'è e quello che siamo. Poi tutto avrà fine e buona notte.
In questo brano c'è già tutto: la radicalità del pensiero che mi affascina, la necessità di cambiare senza aver ricette per il futuro ma avendo occhi e mente e cuore nuovi. E poi buona notte.

Nei suoi scritti non ci sono piani e programmi e lo ammette "Non so, e non spetta a un paesologo, definire piani e programmi. " Dopo però propone delle suggestioni alla rinfusa. Eccone alcune:
Essere scrupolosi, ma farsi tentare dalla fantasia, dall'impensato. [...] Uscire all'alba almeno una volta al mese. [...] Regalare almeno un libro alla settimana, magari dopo averlo letto. 

Ecco un altro brano:
Noi siamo nel nostro corpo e anche fuori. Non c'è nessuno che raccoglie il sudore con cui abbiamo aperto la portiera di una macchina in un pomeriggio estivo, non c'è nessuno che conserva lo sguardo con cui abbiamo guardato un cane in un'alba invernale. La nostra vita non ha un dio che la segue e neppure un dio che la precede. Si svolge in disordine, nel disordine delle altre creature. Da qualche parte c'è un albero che potrebbe rimproverarci di avergli staccato una foglia in un momento di distrazione. Abbiamo baciato un seno in un lontano giugno di molti anni fa e non ricordiamo il nome della donna, non ricordiamo il nome di un vecchio che davanti a una fontana riempiva una bottiglia d'acqua. Non c'è un deposito per queste scene.


Non si preoccupa di coltivare utopie: ci sarà un giorno in cui stare al mondo per arricchirsi sembrerà una cosa volgare, una cosa per spiriti malati.  E' attento però anche ai riscontri, pur piccoli, di cambiamento: ultimamente sembra che il mio lavoro stia trovando un ascolto non solo letterario. E' come se qualche parola cominciasse a incarnarsi nella vita degli altri.

Ecco due riflessioni sulla crescita:

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, di gente che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l'anno della crescita, ci vorrebbe l'anno dell'attenzione. Attenzione a chi cade, attenzione al sole che nasce e che muore, attenzione ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un sempolice lampione, a un muro scrostrato, a una qualunque macchina che passa per strada.

Si parla tanto di crescita. A me l'unica crescita che interessa è quella degli alberi. Voglio che ci siano meno macchine, meno telefonini, meno tutto, tranne gli alberi. L'Italia salvata dagli alberi. Gli alberi sono buoni per tutto, anche per impiccarsi.

Il buona notte di prima qui diventa esplicito, l'albero per impiccarsi, la morte che comunque arriva, qualunque cosa noi facciamo, un uomo che è costretto a ricordarlo perchè si trova davanti un mondo che questa idea, quella della propria morte, l'ha eliminata a favore di uno spettacolo della morte.

Non ho riportato"Lettera a Livio", la lettera a suo figlio: questa da sola vale la lettura del libro.


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