ZOO ||| SCRITTURE ANIMALI ||| :duepunti edizioni


La compagnia del corpo di Giorgio Falco
Mio padre non ha mai avuto un cane di Davide Enia
Il grande cacciatore di Carlo D'Amicis


Comincio sempre dai cani. È stato così anche questa volta, con i piccoli libri formato 9x14cm di :duepunti edizioni, nella collana Zoo. Scritture animali, diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini.

Le copertine, davvero piacevoli al tatto, a metà tra il vellutato e il ruvido, devono essere certamente fatte con una carta particolare e, infatti, dietro l'occhietto, trovo un altro animale e leggo:


Copertina stampata su Ecomaximus Elephant Dung Paper (Premio World Challenge 2006), carta 100% riciclata e fatta a mano da escrementi di elefante, che contribuisce a finanziare il progetto della Millenium Elephant Foundation - World Society for Protection of Animals (W S P A) per la tutela degli elefanti nello Sri Lanka.

Allora penso che alla notissima "dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior", che leggo ogni volta entrando in libreria, si può aggiungere anche la carta.
Li ho letti nell'ordine così come lì vedete. In ogni storia c'è un cane. Un cane che non è mai solo un cane o quel cane. Vi anticipo subito che tutti i cani non fanno una bella fine.

In "La compagnia del corpo" di Giorgio Falco mi colpisce la punteggiatura. La punteggiatura è come un progetto d'architettura ben fatto; puoi non saperne niente di architettura ma qualcosa dentro di te risponde all'armonia da cui sei circondato. Poi mi colpisce il posto, vicino a Corsico, dove si muovono i personaggi, un posto in cui passiamo tutti, quello dei nuovi quartieri residenziali, dove non c'è nulla se non case e strade, dove l'aggregazione è impossibile perchè non c'è un albero sotto cui sostare, un bar dove bere un caffè, un negozio dove scegliere il pane e un'edicola per comprare il giornale:

L'impresa edile ha sistemato un altro cartello all'ingresso della strada, così in entrambi i sensi di marcia è possibile leggere: Residenza Prati Nuovi. Le case di via Prati Nuovi sono dodici villette a schiera non ancora terminate, gli infissi marroni ricoperti di cellophane hanno qualcosa di ospedaliero, l'inizio di una convalescenza.

E mi colpiscono le merendine, attorno alle quali ha sempre ruotato l'esistenza di Alice, la protagonista.

Il piccolo cellophane l'avvolge, la serra aderente al suo destino monouso, noi la liberiamo per preparla al nostro troppo breve assaggio, il vero senso di ogni merendina: far coincidere la brevità con la totalità. La merendina è nella confezione da otto, assiema alle altre sette merendine, a volte, sulla confezione è scritto 8 merendine 2 gratis, e allora a ogni merendina proviamo un gusto supplementare, perché possiamo assegnarle la gratuità a nostro piacimento.
Ogni merendina riposa in un grande scatolone, caricato su un muletto e stoccato in un magazzino lungo l'autostrada dove, se non fosse per la marca impressa sugli scatoloni, nessuno immaginerebbe che là dentro vi sia una marendina e non una scatoletta di tonno o uno spazzolino da denti. E poi le merendine finiscono di nuovo sulle braccia dei muletti e di lì nei camion in autostrada, nei magazzini dei supermercati e sugli scaffali, acquistate per le colazioni [...] di piccoli consumatori, ma anche [...] di consumatori adulti, [...], adulti infantilizzati e gratificati dalla sensazione antica, che rigenera e rimuove, azzera tutto il vissuto precedente, compreso il processo produttivo che ha condotto lì la merendina.


Immaginate come può finire una storia  - e un cane, Lucy, la più piccola del canile, meticcia, bianca e nera - basata su un fatto di cronaca realmente accaduto, con tali premesse.


Anche "Mio padre non ha mai avuto un cane" di Davide Enia si basa su una storia vera, la strage di Capaci del 1992 in cui hanno perso la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta.
Il cane di questa storia è Nerone, gigantesco e buio, una sorta di oracolo; la città è Palermo, fatta di padri che non parlano, con le mani troppo pesanti e ruvide, che raramente piangono. Anche in questa storia il posto è centrale:

Non so se possa esistere una concreta identificazione tra città e cittadino. È possibile una reale sovrapposizione? Si può affermare «Io sono Palermo»? Ciò che accade alla città accade simultaneamente ai suoi abitanti e viceversa? [...] Non lo so. Non so se sia possibile che un abitante di un luogo sia quel luogo, e che quel luogo sia i suoi abitanti. Come davvero non so se in quei giorni di sangue ogni palermitano fosse Palermo e viceversa.
Il crollo però fu il medesimo.

Si susseguono parole in italiano e in siciliano ed è musica, nei libri, di solito, parlano tutti italiano perfetto:

Asciugare.
Dal latino ex-sucare, un composto di ex, che indica origine e privazione, e sucus, il succo, l'umore, la vita fatta liquido. Exsugere è l'atto del succhiare, del suggere, dell'estrarre svuotando, inaridendo. [...] In dialetto palermitano alla gutturale -g si sostituisce l'altra gutturale -c. Asciucàre mantiene gli stessi significati dell'italiano. Si asciùcano al vento i panni stesi. Si asciùcano all'aria i pozzanghere dopo che la pioggia scampò. Si asciùcano al sole le macchine appena lavate.

La ragazza di cui s'innamora Davidù, il protagonista, si chiama Sandra, ha un terranova femmina, Andrea, e dita di giglio.


Terzo libro, "Il grande cacciatore" di Carlo D'Amicis, terzo cane, Spariscy, che si nasconde sotto l'auto della protagonista e la segue sino a casa per diventare il suo cane.

Un'idea del clima che avvolge tutta la storia, la si può avere in questo dialogo tra le due donne del grande cacciatore, l'infermiera super razionale che non si irrita(va) mai - l'io narrante - e l'attricetta svampita che invece la irrita e la confonde:

«Come si chiama?», domandò a bruciapelo.

Non staccava gli occhi dal mio cane.

Come si chiama. Ecco un'altra cosa a cui non avevo mai pensato.

«Gli avrai dato un nome, no? Cosa gli dici quando lo vedi?».

[…]

«Cosa gli dico? Di solito gli dico... sparisci».

«Sparisci, con la y?».

La guardai come un'installazione, uno di quegli incomprensibili guazzabugli che spacciano per arte.

«Che razza di domanda è?».

«Perché, Spariscy ti sembra un nome normale?».

La facilità con cui raggiungevamo le soglie del diverbio era, da un certo punto di vista, affascinante.

Tradimento, alieni, nei, ospedali, gravidanza, il fucilone del grande cacciatore e le sue due fidanzate, scrittura limpida e precisa. A leggerlo mi sono divertita tantissimo - tanto che procederò con il suo "Escluso il cane", edito minimum fax -, sino alla quintultima riga. 
Inizia così:
Non mi ero mai accorta di avere una vicina, finché un pomeriggio, dalla finestra del bagno, la vidi a letto con il mio fidanzato.

Ci sono:
Lei:
Morirò? Ecco una domanda che mi piace, che mi fa sentire viva. Di solito, quando me la rivolgono, accenno a un sorriso, scrollo le spalle e dico: «Beh, sì, certo. Più o meno come ogni altro essere vivente».
Poi, in base a parametri non del tutto chiari ma che qui potremmo sinteticamente definire simpatia dell'interlocutore, il sorriso si allarga o si spegne, e la frase successiva scaturisce dal vasto campionario compreso tra 1) «Non certo per una sciocchezza del genere, però!», e 2) «Si prepari al peggio».

Lui:
Lui non disse niente. Aveva la faccia di uno che può pensarle tutte.

L'altra:
Sebbene leggermente sfatto, la mia vicina ha un corpo notevole. Se entraste in casa sua (con gli argomenti giusti, come avete capito, non è difficile) notereste dei rotocalchi di moda squadernati qua e là: sulle poltrone, accanto al telefono, perfino nel bagno. Ogni tanto la mia vicina ne prende uno e sospira guardando la modella, come se fosse una persona cara venuta a mancare.

Il cane: 
Più che nero, era un cane color buio, con qualche chiazza di giornata grigia.


Tra gli autori di Zoo c'è anche Giuseppe Genna con "Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanete dei cammelli polari".


courtesy by Sabina Rizzardi

 







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