Il ragazzo selvatico. Quaderno di montagna di Paolo Cognetti

And that’s when it happened.
“Qualche anno fa ho avuto un inverno difficile. Ora non mi pare importante ricordare l’origine di quel male. Avevo trent’anni e mi sentivo senza forze, sperduto e sfiduciato come quando un’impresa in cui hai creduto finisce miseramente. Un lavoro, una storia d’amore, un progetto condiviso con altre persone, un libro che ha richiesto anni di fatica. In quel momento immaginare il futuro mi sembrava un’ipotesi remota quanto quella di mettersi in viaggio quando hai la febbre, fuori piove e la macchina è in riserva sparata. Avevo dato molto, e dove stava la mia ricompensa? Passavo il tempo tra librerie, negozi di ferramenta, l’osteria davanti a casa e il letto, a contemplare il cielo bianco di Milano dal lucernario. Soprattutto non scrivevo, che per me è come non dormire o non mangiare: era un vuoto che non avevo mai sperimentato.”


Accompagnato dalle voci di Thoreau, John Muir, Elisée Reclus, Rigoni Stern, Primo Levi, John Krakauer, De André e Antonia Pozzi, all’inizio della primavera, Cognetti se ne va nei boschi a cercare Paolo.
“Il giovane uomo urbano che ero diventato mi sembrava l’esatto contrario di quel ragazzo selvatico, così nacque in me il desiderio di andare a cercarlo. Non era tanto un bisogno di partire, quanto di tornare; non di scoprire una parte sconosciuta di me quanto di ritrovarne una antica e profonda, che sentivo di aver perduto.”


Inverno Case Topografia Neve Orto Notte Vicini Pastore dove vai Maschi Capre Baita magica Rifugio Pianto Ritorno Parole Desarpa Ultima bevuta, sono le parole dei momenti che scandiscono le cento pagine di questo diario. In montagna, dove le femmine si vedono solo col binocolo, i maschi, con le mani grandi, ne usano poche.


Dal suo blog : “Ho sempre scritto di ragazze per un motivo puro e semplice: la paura boia di scrivere di maschi, ma prima o poi sapevo di doverla affrontare. Ora penso di aver cominciato a guardarla in faccia. Qui sono tutti maschi, perfino gli stambecchi e i cani, e si potrebbe anche leggere Il ragazzo selvatico come il libro di un uomo che fa i conti con la sua natura maschile. Anche ritrovando un corpo, assaporandone la libertà e la forza. Ripensando ai vecchi maestri e cercandone di nuovi.” Ecco allora comparire i suoi maschi, Remigio e Gabriele, il cane pastore Mozzo, il capo stambecco, il padre, un topo, Andrea e Davide su al rifugio.


“Remigio leggeva di tutto, ma più di tutto i libri difficili. Quell’anno Sartre, Camus e Saramago. Era stupefacente camminare su un sentiero e sentirlo fare questi nomi, ricostruire le nostre storie opposte di lettori: io, liceale di città, avevo finito per rifiutare gli scrittori intellettuali e innamorarmi della narrativa americana, quella della frontiera e della strada; lui invece aveva la terza media, era cresciuto in un villaggio di montagna e a quarantacinque anni stava scoprendo i classici. Mi raccontò della sua infanzia solitaria, da figlio unico timido e senza amici. A quattordici anni aveva cominciato a fare il muratore con suo padre. Preferiva il lavoro alla scuola, ma aveva un carattere riflessivo e a un certo punto si era accorto di un grave limite: le parole che conosceva non gli bastavano per dire come stava.
Mi fermai. Camminavamo nel bosco di settembre senza incontrare nessuno. In che senso?, gli chiesi incuriosito. Nel senso, mi spiegò Remigio, che aveva sempre parlato in dialetto, e il dialetto ha un lessico ricco e preciso per indicare i luoghi, gli attrezzi, i lavori, le parti della casa, le piante, gli animali, ma diventa improvvisamente povero e vago se si tratta di sentimenti. Lo sai come si dice quando sei triste?, mi chiese. Si dice: mi sembra lungo. Cioè il tempo. È il tempo che quando sei triste non passa mai. Ma l’espressione va bene anche per quando soffri di nostalgia, quando ti senti solo, quando non riesci a dormire, quando non ti piace più la vita che fai. Remigio a un certo punto decise che quelle tre parole non gli bastavano, gliene servivano di nuove per dire come stava, e si mise a cercarle nei libri. Per questo era diventato un lettore così vorace. Cercava le parole che gli parlassero di sé.”


L’inverno finisce e torna la primavera con i pastori e i loro animali.


“Ma il cambiamento più grande, nella mia vita quotidiana, fu provocato dai cani. Siccome mettevo via per loro le croste di formaggio, tornavano a trovarmi diverse volte al giorno (a dire il vero, anche se non è da montanaro, ogni tanto sostituivo alle croste qualche biscotto, di quelli che tra me chiamavo i biscotti degli amici). Avevano un campanello appeso al collo grazie a cui li sentivo arrivare da lontano. […] si chiamavano Black, Billy e Lampo. Black era il più vecchio, un gran bastardo nero con sei dita nelle zampe posteriori e l’orecchio destro sbranato in chissà quale rissa. Per questo decisi di non chiamarlo Black, ma Mozzo.”


Ci sarà posto lassù, tra i maschi, per altre due vicine? Quasi subito mi sono fatta questa domanda, leggendo queste sue righe intime, per me emozionanti e anche difficili. Per la timida e nera quattrozampe Olympia, sicuramente sì! Poi da trentenne, ancora per un po’, ho pensato di dire un bel Grazie caro Paolo, perché nessuno si vergogni più di raccontare che, tra le faccende e i giorni, a volte, piange e si commuove.


“Il giorno dopo partirono anche i miei vicini. Più che per gli uomini, con cui non ero mai riuscito a legare, mi dispiaceva per i cani. Mi mancava il suono della campanella che annunciava le loro visite. Siccome Mozzo arrivava al passo, Billy al trotto e Lampo al galoppo, avevo perfino imparato a riconoscerli dal tintinnio. Se ne andarono senza salutare, e io pensai: meglio così. Si sa che ai cani gli addii non piacciono per niente, e anch'io non sono molto portato per le cerimonie. Lavai la loro ciotola rossa ed era un altro pezzo d'estate in meno, ritirato e messo via; quando i pezzi sarebbero finiti avrei potuto chiudere la porta e partire.”


Ma non prima di una mitica ultima bevuta, in cui tenta l’impossibile.


courtesy by Sabina Rizzardi


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