Viaggio nella notte di Massimiliano Santarossa

Tengo fermi i piedi sulla strada. Qui la terra non gira. Qui la terra mi sostiene. Vorrei mettere radici, sentire le dita bucare le scarpe e penetrare nell'asfalto, farsi largo nella materia d'olio e petrolio e colla che lo compone e divenire io stesso asfalto. Desidero trasformarmi nel luogo che mi circonda, così da poter vedere tutto senza soffrire più. Ma nemmeno questo posso chiedere. Nulla posso desiderare.

Pregare e sbregare. Questi sono i due poli di oscillazione di questo libro. Non so se chiamarlo romanzo, leggendolo mi viene in mente la preghiera, quella ripetuta fino allo sfinimento del rosario, 'madre dolorosa, prega per noi'. L'io narrante è un operaio di una delle tante fabbriche, abita in una periferia, e il racconto è la storia del suo ultimo giorno perchè ha deciso che si ucciderá, meglio morire che questa vita. È un racconto doloroso e disperato, una preghiera ma al contrario, non per domandare ma per maledire, per condannare il mondo, gli uomini, dio. È un mondo sbregato, fatto di uomini che sbregano e che sono sbregati. Uso questo verbo perchè lo usa l'autore ed è dialettale ma rende bene sia l'azione sia il risultato, quando ad essere sbregato è il polistirolo che l'io narrante deve lavorare tutti i giorni in fabbrica e quando il protagonista conta gli sbreghi fisici e no del suo corpo. La parte più riuscita del libro è l'inizio, quando parla della fabbrica, del lavoro, del mondo di schiavi che si credono liberi e lavorano: è la parte più riuscita sia per la denuncia sociale sia per la novità dello stile, la preghiera, la ripetizione.

La prima volta che misi piede nello stomaco di un capannone avevo quattordici anni. A quattordici anni credevo ancora a quella cosa che chiamiamo felicità. Poi non più. A quel tempo avevo le mani dolci, guardavo la pelle delle dita e dei palmi ed era tutta rosa, tutta tenera, senza tagli, erano mani di bambino cresciuto, mani magre e belle, furono le prime ad andare distrutte. Afferrai la maniglia colma di ruggine, tirai forte, il portone urlando si aprì e feci i miei primi passi timorosi nel suo ventre freddo. Venni accolto da quello che sarebbe stato il mio primo padrone. Il creatore della prigione che nella prigione viveva da anni, un padrone schiavista resosi schiavo lui stesso, per mano sua, per sogno suo, per colpa sua. Mi guardò per un istante, poi parlò: "Ragazzo qui mi devi lavorare dieci ore al giorno, e senza dire niente, senza mai protestare, senza ammalarti. Se dici, se protesti, se ti ammali, te ne vai. Otto ore le trovi pagate in busta paga, due ore me le lavori gratis, ogni giorno, due ore precise, o fai così oppure assumo uno di quei negri in fila là fuori".
[...]
Mi devo muovere. Loro mi chiamano. I macchinari mi vogliono. Adesso devo restituire a loro la mia carne. Sta per cominciare il tempo del lavoro, il tempo del gioco malvagio della produzione obbligata da un dio, da un cristo, da una madonna, da tutti gli angeli neri del firmamento che hanno deciso l'infinita punizione corporale dell'uomo del dopo tradimento divino. [...]
Afferro la bocca di metallo ruggine della balena di cemento, tiro, la bocca aprendosi urla, faccio i primi passi e lascio dietro la mia schiena questo mondo post atomico.
Sono dentro.
A lavorare.
A produrre.
A morire.

oppure:

Dicono che dio ama l'uomo, la bestia tra le bestie, in quanto creato a propria immagine e somiglianza, allora ecco che l'uomo ama i topolini bianchi in quanto creature gemelle nella schiavitù. Bestie piccole e pronte a girare dentro una ruota per secondi che formano minuti e per minuti che formano ore e per ore che formano giorni e per giorni che formano mesi e per mesi che formano anni, girare e girare e girare dal primo all'ultimo istante.

Il resto del libro ha lo stesso stile ma non la stessa forza forse perchè leggendo mi sono adeguato. Il protagonista durante la sua giornata incontra altre persone. Tutte denotano una grande capacità di analisi dello scrittore come questa:

Sotto quest'acqua avanza coraggioso il nero. Ha la pelle colore del legno e gli occhi colore delle foglie e i capelli colore del carbone e le mani colore della terra. Porta sul corpo i colori del mondo intero il nero.[...] Ha il sorriso infinito di chi resta bambino e invecchia solo nella pelle. E' venuto a noi attaversando i deserti de caldo e siccità e morte, è venuto a noi attraversando i mari di acqua e sale e onde e gelo e terrore, è venuto a noi fuggendo dai guardiani di una ingiusta  giustizia imposta da una legge fatta di sigle e manganelli, è venuto a noi camminando su strade e autostrade e campi e prati e altre strade e altre autostrade e altri campi e prati. E' venuto a noi per venderci ciò di cui non abbiamo più bisogno da anni, cose talmente piccole da essere gettate nel nulla della memoria, cose che lui ci riporta dentro una sacca rotta, cose delle quali sorridiamo, cose da pochi spiccioli. [...] Cose che ormai regala il benzinaio, la televendita, il supermercato, con i punti o abbinato all'ultimo oggetto alla moda. Al nero sono rimasti solo gli avanzi di un mondo alla fine.

Le persone che il protagonista incontra, interagendo o no, da vive o da morte, sono tutte senza nome, senza voce, sono solo storie, figure. Poteva essere la spoon river della periferia della zona industriale, la spoon river dei vivi che stanno per morire e dei morti, ma serviva meno disperazione, serviva sentire anche la loro voce e invece si sente solo la continua preghiera/maledizione del protagonista: il tutto è coerente con il racconto in prima persona disperata, ma la continua tensione può stancare.

Un libro di denuncia senza speranza, un libro che si conclude come promesso, un libro che rivela la mostruosità del nostro modello di vita.

PS. molto bella la copertina




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