I CIRCUITI CELESTI di Emanuele Tonon

"Uno scrittore deve entrare in punta di piedi nel mondo del motociclismo. L'epica, qui, si scrive sull'asfalto, la carta può ricordare qualcosa di quel grande sogno che ha avuto nel cavallo a vapore la trasfigurazione della potenza animale. Provare a raccontare un sogno fatto di meccanica, di elettronica, fatto del genio dell'uomo e del coraggio dell'uomo, della sfida dell'uomo, non è impresa da poco. Lo si può fare solo in una sorta di adorazione, chiudendo gli occhi davanti a tutto lo schifo di cui sono capaci gli uomini. Il circo del motociclismo, alla fine, non è diverso dal carrozzone dei letterati”. [Cit. da pag 86]

Il rapporto che si crea con ogni libro letto è sempre per lo più “personale”e da qui nasce il difficile di parlarne con gli altri. Posso pertanto parlare di questo “I circuiti celesti” soprattutto in rapporto a me stesso. E lo stesso vale per il rapporto con i propri santi, come sa bene Tonon nello scrivere questa specie di biografia di Marco Simoncelli. Ecco un primo punto di interesse: questo è ottimo libro per lettori miscredenti, consigliabile perché non cerca di fare proseliti, di convertire nessuno, mentre intende (rap)presentare, almeno un poco, la “fede” sportiva (ma non solo) nel suo essere.
E questa “fede” non viene noiosamente e fastidiosamente “spiegata” ma prende corpo nella “forma” stessa di questa biografia atipica: i cortocircuiti tra la propria storia personale e la vita del santo che collegano il “mito” al suo “fedele”, ovvero la imprescindibilità di un punto di vista soggettivo, sono presentati nel testo alternando capitoli di volta in volta dedicati al racconto della vita di Simoncelli (più che altro una serie di flashes sulla vita di una persona investita della santità) e dello stesso Tonon (capitoli più propriamente autobiografici, con l'epica sportiva vissuta in prima persona, con i ricordi di fabbrica e relativi caustici pensieri a fare da cerniera globale).

“A tavola si sentiva solo, isolato dalla squadra, si sentiva una nullità, un somaro di ottanta chili in sella alla moto che aveva condotto alla gloria un campione come Valentino Rossi. Marco che cercava di parlare, di avvicinarsi, e loro che lo schifavano. E mi torna in mente la mia adolescenza operaia, quell'orribile apprendistato del mondo, quel marchio a fuoco che ha fatto di me quel me che sono. Isolavano il ragazzo più povero, il ronzino più denutrito. […] Quella spaventosa guerra tra morti di fame: l'assoluta, perenne mancanza di coscienza di sé come classe operaia. Tutti a sognare la villa del padrone, tutti a sognare il tredici al totocalcio. Non è mai esistita una classe operaia”. [Cit. da pag 78]

Ecco allora che il “debole” Tonon, l'escluso, il reietto perché povero, vede in Simoncelli il suo angelo in motocicletta, che lotta per arrivare primo partendo “da ultimo”, mica “da davanti”, perché l'eroe ispirato (e ispirante) non è chi parte prima, in pole, e arriva primo, ma chi lotta in rimonta, nel “circuito terrestre” della gara (Simoncelli) e della vita sociale e lavorativa (Tonon). Il tema del libro non è dunque il santo, ma il rapporto tra lui ed il devoto, questo oggi diffusissimo modo di vivere, di stare al mondo.
Il trascendente, l'eroico, il mitico oggi cammina tra noi sulla terra, non sta in qualche mondo iperuranio, separato dagli uomini: sembra questo un altro messaggio di Tonon. Ed è un tema dagli ampissimi risvolti filosofici e dalle molteplici diramazioni, per esempio questo “modo di stare al mondo” è al centro di tanti dibattiti sulla società consumistica (una società in cui il sommo bene risiede nel mondo, nelle cose, nelle merci). Il trascendente cammina tra noi, ecco cosa ci dice Tonon, ed è legato alla voglia di rivalsa sociale e incarnato nella figura eroica, tragica, epica, televisiva e santa di un ragazzo morto ventitreenne correndo in motocicletta.

“Le stelle non si commuovono per chi parte primo e arriva primo ma per chi parte ultimo e arriva primo. Le stelle si commuovono anche se quell'ultimo non arriverà primo, se dovrà cadere, perché la meraviglia di quel gesto, quella gratuità assoluta, quell'assenza di calcolo, di guadagno è il gesto artistico”. [Cit. da pag. 89]


courtesy by Matteo Cattelan


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