Ballando a notte fonda di Andre Dubus

I racconti mi sono sempre piaciuti e già altre volte avevo letto racconti di Dubus. Scrive bene, indubbiamente.
Questa volta, leggendo questo libro, che è la sua ultima raccolta di racconti, la bravura nei racconti ha lasciato il posto ad un'altra sensazione.
Un po' complicato da spiegare: leggevo e ad un certo punto gli occhi si inumidivano. Un po' problematico se si legge camminando o sui mezzi pubblici.
Non è un libro che fa piangere, è un libro che commuove. Soprattutto un libro che cura, che racconta di persone ferite che hanno saputo curare le proprie ferite, che sono riuscite a non morire per queste ferite. L'effetto che fa è quello della carezza sulle ferite di chi legge.

Quando ad un cliente glielo dico, vedo il suo scetticismo, sento che non lo ritiene un motivo sufficiente per leggerlo. Non importa. Apro il libro a pagina 30 e gli dico di leggere le prime righe. Se non gli piacciono può tranquillamente fare a meno di comprarlo. Io non riesco a dire cosa ha questo modo di scrivere che mi prende così, sempre per il solito problema agli occhi...

pagina 30 di Ballando a notte fonda:
Chiamiamola Catherine. Quando il cuore davvero le andò a pezzi, aveva trentasette anni, due figlie adolescenti e un marito  innamorato di un'altra donna. Sentiva l'odore dell'amore di quella donna sui vestiti del marito. Avrebbe saputo persino dare un nome a quell'odore ma non lo fece. E anche il nome della donna, quando lo seppe dalle labbra stesse del consorte, non le sembrò sufficientemente grande: due sole parole per contenere il respiro, la carne, la voce  e il sangue di un'unica donna. Potevano rappresentare solo una parte di ciò che l'olfatto di Catherine era riuscita a catturare una sera sul maglione del marito, e poi un'altra sera sulla giacca; solo una parte di ciò che l'intuito e la memoria le avevano fatto scoprire quando lui era con lei, e nei momenti in cui solitamente era via e in tutte quelle sere e fine settimana sui quali si era speso in menzogne. E, quelle due parole, il suo nome, erano solo una parte di ciò che non aveva scoperto ma semplicemente saputo in partenza, prima ancora di avvertire il profumo dell'amore di un'altra donna sul proprio uomo. Saputo e basta, proprio come una persona con una malattia che può sapere del proprio male anche senza conoscerne il nome, molto prima dei sintomi veri e propri.


Bella la prefazione di Paolo Cognetti, magistrale la traduzione di Nicola Manuppelli.



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