LA RISATA DEI MOSTRI di Alexandra Censi


[…] una scultura romana bizzarra, come di cerchi contro cerchi. Leggo: lotta di animali. Mi ricordano i felini di Delacroix, quella sua Africa appena scoperta e le sue tigri a molleggiarsi stanche... Eppure non sono tigri, sembrano più dei lupi o dei draghi cinesi con le zampe da cane e le dita da E.T. Si azzannano in un perfetto cerchio, e la portasanta gli dipinge addosso, nell'involontario giro del marmo, come delle ramificazioni di vene sui dorsi. La coda dell'animale in basso abbraccia il collo dell'altra fiera, fino a ridiscendergli sulla colonna vertebrale. Ho un fremito nel guardarli, ricordo.
Francesca? Tutto a posto?” mi chiede nelle orecchie Riccardo. Sì, tutto a posto. È solo che, vedi, le corde che mio padre le allacciava al collo... ecco, come questa corda, anche quelle ricadevano sulla schiena, dividendola a metà.
E tra corda e coda c'è solo una r a dividerle, a dividerci.
È il linguaggio e la sua linguistica il male più sconvolgente.

Dunque.
Questo romanzo l'ho letto alcuni mesi fa, ma solo ora ne scrivo. Ci sono alcuni libri che ho il timore di sminuire, raccontandoli in modo ingiusto, perché un salto nel territorio del diavolo lo fanno davvero. Di solito sono scritture il cui immaginario è, per me, così sovrastante da necessitare di un po' di decantazione. Questa storia ce la racconta, sin da bambina, Francesca.

Ricordare la mia infanzia vuol dire ricordare la storia dei mostri e delle loro risate. Esistono sulla terra vari mostri, alcuni è possibile vederli tutti i giorni in fila alla cassa del Carrefour o in fila alla posta, o in fila al bancomat, o in fila per entrare a vedere La dolce vita. Quei mostri stanno, in effetti, perennemente in fila e, anche da morti, vengono messi in fila, e pure per entrare all'inferno si devono mettere in fila, a volte pure per fare sesso si mettono in fila. Passano la loro esistenza così, e gli sembra normale. Infinite fila di processionarie che legano gli alberi.
Questo tipo di mostri deriva da altre creature, mostri più piccoli, arancioni. Non si mostrano mai. A me si sono rivelati sul letto della mia camera di bambina. […]
Non dormivo, quindi, e mi apparve quel mostro. Apparve sul bordo più estremo del letto, e per prima cosa si mise a saltellare. […] e mostrò, aprendo la bocca, certi dentini insanguinati, bellissimi, e tra noi si sparse la musica di Pan. […] Tornò ogni notte.

Il mostro di Francesca è la routine dei genitori, con cui, da bambina, si trova a fare i conti. In risposta arriva un altro mostro, un casino pazzesco in una testa piccola, dentro cui cadono i paletti della vita borghese, stabiliti da una famiglia come tante altre, in cui (non so se dire) regna il padre psicologo. Un re si ama e si odia. Non lo so se ci sono vittime in questa storia, sicuramente c'è tutta la labilità (e l'abilità) del confine. Dolore, piacere, realtà, immaginazione, dipendenza, riabilitazione, genitori, figli. È sul confine che abitano i mostri che ridono?

La prima volta che vidi la frusta era quasi Natale. Mancavano solo sei giorni alla Vigilia. Io avevo nove o forse tredici anni e non ce la facevo più ad aspettare, volevo i miei regali. O per lo meno vederli, per stemperare la sorpresa.

Francesca cresce con il suo mostro e, via via, ne trova altri a tenerle compagnia. Sul suo confine ci saranno diversi uomini ma, in realtà, ce ne sono solo e sempre due, il padre psicologo e Guido, il mio compagno, che muore e con cui ha una storia d'amore e d'eroina, al riparo dalla vita borghese. Tre con il mostro dai dentini affilati.

Io lo guardo e
non lo guardo. Noi ci siamo e
non ci siamo.
Noi ci prendiamo
ma non ci prendiamo mai.

Anche i suoi uomini fanno ciò che possono per fare i conti con il confine.
Tra loro ci sono Riccardo e Arturo.
Riccardo, uomo d'affari, con la cravatta e la madre.
Poi mi parla di sua madre, cambia voce e diventa parte integrante della ricostruzione, mi dice: “Mia madre è vecchia, ma nessuno può sopportarla. Lei mi dice: 'Riccardo, ricorda chi ti ha insegnato a parlare'. Io le dico allora che sì, me lo ha insegnato lei, ma che io ho imparato. [...]”. Arturo ha tagliato fuori il mondo e non esce mai dalla propria stanza, tutto gli viene recapitato tramite fattorini. La relazione con Francesca avviene attraverso i messaggi scritti della chat di skype.
Arturo non mi scrive più. Da sotto la scrivania, da quell'anfratto che io non vedo, tira fuori una delle sue bambole. Ha la bocca aperta a o e persino i capelli.
[…] È gonfiate bene.
Papà che fallisci nel gonfiare il mappamondo [è un ricordo d'infanzia] ma come hai fatto presto a gonfiare queste tette.

Tra i suoi uomini sul confine c'è anche Paolo, il marito. Ecco che si palesa un altro mostro, la vita borghese con cui Paolo la “salva” dall'eroina dopo Guido, a suon di smalto, anche per unghie, cibo e femminilità. Guido dolce compagno, ecco la fine borghese com'è triste. È un po' come giocare a Indovina chi, tiri giù tutte le finestrelle e il mostro con i dentini è lì, ancora, che ride.


narrativa.it è la collana di Nottetempo, a cura di Chiara Valerio, dedicata a scrittori esordienti italiani, non necessariamente giovani. Tra i titoli, finora scelti e pubblicati, c'è La risata dei mostri

courtesy by Sabina Rizzardi 

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