NOSTRA SIGNORA DEL NILO di Scholastique Mukasonga

Non c'è liceo migliore del Nostra Signora del Nilo. Non ce ne sono neanche di più alti. 2500 metri, annunciano fieri i professori bianchi. 2493, corregge suor Lydwine, la professoressa di geografia. «Siamo così vicini al cielo» sussurra la madre superiora giungendo le mani.
[...] Il liceo è per le femmine. [...] le signorine sono destinate a un bel matrimonio. [...] Le convittrici del liceo sono figlie di ministri, di militari d'alto rango, di uomini d'affari, di ricchi commercianti. Il matrimonio delle loro figlie è un fatto politico.
[...] Il liceo è vicinissimo al Nilo. O meglio, alla sorgente. [...] A destra della sorgente, hanno eretto una piramide che reca l'iscrizione: SORGENTE DEL NILO. MISSIONE DI COCK, 1924. Non è molto alta la piramide: le ragazze del liceo toccano senza difficoltà la punta sbrecciata, dicono che porta fortuna. Ma non è per la piramide che le liceali vanno alla sorgente. Non ci vanno in gita, ci vanno in pellegrinaggio. La statua di Nostra Signora del Nilo si trova tra le grosse rocce a strapiombo sulla sorgente, sotto una baracca di lamiera. Non è proprio una grotta. Sullo zoccolo, hanno inciso: NOSTRA SIGNORA DEL NILO, 1953. È stato il monsignor vicario apostolico che ha deciso di erigerla. Il re aveva ottenuto dal sommo pontefice di consacrare il paese a Cristo Re. Il vescovo ha voluto consacrare il Nilo alla Vergine. [...] ma Nostra signora del Nilo era nera, aveva il viso nero, le mani nere, i piedi neri, Nostra Signora del Nilo era una donna nera, un'africana, perché no, una ruandese.

Siamo negli anni Settanta, in Ruanda, al liceo Nostra Signora del Nilo, appunto, un liceo pilota, un modello per la promozione femminile nell'Africa Centrale. Esservi ammesse significa cambiare il proprio destino di donna. Ogni venti alunne hutu, due sono tutsi. Questa è la quota. [Ma] Un diploma tutsi non è come un diploma hutu. Non è un vero diploma. Il diploma è la tua carta d'identità. Se c'è scritto tutsi, non troverai mai lavoro, neanche presso i bianchi. Così parlano tra loro Veronica e Virginia, le due ragazze della quota tutsi. Il liceo, infatti, è una parte per il tutto; al suo interno, nonostante l'atmosfera protetta, si delinea quell'escalation che porterà il Ruanda al genocidio del 1994.

Ci sono le alunne delle diverse etnie con i loro doppi nomi importanti, ruandese e cristiano, i professori bianchi, belgi e francesi, le suore e i padri, il cristianesimo e il Ruanda, le tradizioni, le credenze, la mitologia.
Nel corpo insegnante del liceo Nostra Signora del Nilo c'erano solo due ruandesi: suor Lydwine e, naturalmente, la professoressa di kinyarwanda. Suor Lydwine insegnava storia e geografia, ma distingueva nettamente le due materie: secondo lei, la storia era per l'Europa, la geografia per l'Africa. [...] Per l'Africa, non c'era storia, poiché gli africani non sapevano né leggere né scrivere prima che i missionari aprissero le loro scuole. D'altronde erano stati gli europei che avevano scoperto l'Africa e l'avevano fatta entrare nella storia.

Le ore di religione erano ovviamente affidate a padre Herménegilde. A suon di proverbi, dimostrava che i ruandesi avevano sempre adorato un unico Dio, un Dio che si chiamava Imana e che somigliava come un fratello gemello allo Jahvè degli ebrei della Bibbia. Gli antichi ruandesi erano, senza sapere di esserlo, dei cristiani che aspettavano con impazienza l'arrivo dei missionari per farsi battezzare, ma il diavolo era giunto a corrompere la loro innocenza.

Ci sono momenti molto drammatici nel libro, tali da far dire a Immaculée Ora ne sono certa, c'è un mostro che sonnecchia in ogni uomo: in Ruanda non so chi l'ha svegliato. La situazione al liceo precipita in una vera e propria caccia al tutsi.
Ci sono anche diversi episodi divertenti, come quello di uno dei tre professori francesi che suscita particolare scandalo nella piccola comunità, perché dotato di una chioma bionda e folta che scendeva in un flusso ondulato fino a metà schiena, tanto da meritarsi il soprannome di Kanyarushatsi, «il Capellone», e da restare in confino, per ordine della madre superiora, nel proprio bungalow per due settimane, per paura che corrompesse le ingenue liceali. O come quello dell'impresa in cui si lancia Gloriosa per sostituire il naso della statua di Nostra Signora del Nilo, un naso tutsi, e quindi assolutamente da cambiare con un naso hutu.

Tra il serio e il faceto, questo romanzo offre numerosi spunti di riflessione: la spaccatura tra hutu e tutsi (ci sono anche i mulatti che sono gli hutsi), la condizione della donna. Quello che mi ha colpito di più, però, è capire quanto profonda dev'essre l'impronta che l'uomo bianco ha lasciato sul Ruanda, sull'Africa, e sulle coscienze dei Ruandesi. Nonostante la diffidenza,

I bianchi stanno sempre a parlare di quello che mangiano, di quello che hanno mangiato, di quello che mangeranno.

Lo sai, no, cosa è successo a noi tutsi quando alcuni hanno accettato di fare la parte che i bianchi ci avevano attribuito? Me l'ha raccontato mia nonna: quando sono arrivati, i bianchi hanno trovato che eravamo vestiti come selvaggi. Alle donne, alle mogli dei capi, hanno venduto delle perle di vetro, un'infinità di perle e un'infinità di tessuto bianco. [...] Le avevano vestite a immagine dei loro deliri.

ciò che è bianco è degno di ammirazione e di emulazione; il cibo civilizzato è quello nelle scatolette che mangiano i bianchi, le donne più belle sono quelle vestite come le bianche e con la pelle più bianca, per ottenere la quale ci sono delle creme.

Tutti i bianchi nel libro sono convinti di possedere la verità rivelata. Monsieur de Fontenaille, un ricco commerciante, ha come missione quella di far tornare la memoria ai tutsi. Avevano conservato le mucche, la nobile prestanza, la bellezza delle ragazze, ma avevano perso la Memoria. Non sapevano più da dove venivano, chi erano. Invece lui, Fontenaille, sapeva da dove venivano i tutsi, chi erano. [...] E così aveva deciso di andare sul posto, in Sudan, in Egitto. Lì aveva visto il tempio della dea [Iside] prima che fosse distrutto, aveva visto le piramidi dei faraoni neri, le steli delle regine di Candace sulla riva del Nilo. La prova era lì. [...] L'impero dei faraoni neri: era proprio da lì che venivano i tutsi.

Finalmente si possono aprire nuove finestre, abbracciare nuove letterature coinvolgenti, avere più visioni contemporaneamente.

courtesy by Sabina Rizzardi

NOSTRA SIGNORA DEL NILO di Scholastique Mukasonga
traduzione di Stefania Ricciardi, copertina di Julia Binfield
edizioni 66thand 2nd 
pag. 210, eur 16,00
 









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