IL VENTO DISTANTE di José Emilio Pacheco


Seduti nel parco, guardando le fronde agitate dal vento, Pensa al tempo che li separa e ai giorni che un vento distante si è portato via, La mancanza d'aria pura, Il vento sembrava gemere nella luce che precede le tenebre, In quel momento cominciò a soffiare il vento del nord, Ricomincia a piovere e il vento porta gocce di pioggia sui tavoli, La brezza notturna fugherà il caldo della giornata, Si sentono il vento lugubre e il verso dei gufi, Ho sentito gli schiamazzi in mezzo alla tormenta, Non si muoveva niente, né il vento né un'ombra né la foglia di un albero, C'è molto vento, Il vento oscuro.

All'inizio non me ne sono accorta, ma il vento serpeggia sempre tra le parole di questi quattordici racconti e poi, mano a mano, s'insinua anche tra i pensieri. Che ci sia davvero sempre il vento quando ci accade qualcosa di definitivo? Il vento, che s'alzi o meno, è comunque presente in queste pagine e, anche quando non c'è, lo è, forte, la sua assenza. Messe una di seguito all'altra le frasi in cui il vento compare, rendono bene l'atmosfera comune a tutti i racconti, di qualcosa che non quadra, per esempio la natura innaturale, il circolo vizioso del “divertimento”.

Il nostro orgoglio sono i prati. Ne sorvegliamo la crescita, nutriamo le radici con i fertilizzanti e sostituiamo i tagliaerba meccanici con i nuovi modelli. Guidarli è il nostro piacere e il nostro riposo. La domenica mattina e in certi pomeriggi soleggiati l'aria si riempie del rumore delle nostre macchine elettriche. Abbiamo regole molto precise. Chiunque superi di qualche millimetro il livello stabilito subisce il rigore delle nostre leggi. Gli inquilini non avrebbero dovuto offenderci in questo modo. Come se i loro atteggiamenti precedenti non fossero stati già aggressioni alla buona volontà che abbiamo sempre dimostrato, hanno violato la clausola più importante del contratto: hanno lasciato crescere l'erba davanti alla loro casa, hanno spezzato l'armonia dell'insieme […].
Quando ho letto “Qualcosa nell'oscurità” mi è venuto in mente il quartiere di recente costruzione, come tanti, in una città del lombardo-veneto, dove è andata ad abitare un'amica; non ci sono alberi ma solo condomini (edifici o persone non cambia, il cemento è lo stesso), dove non ci sono caffè ma, puntualissime, ditte preposte a tosare l'erba, ogni quindici giorni. L'erba, senza alberi, è una distesa perfetta, sempre ben tagliata e verde, nessuno può calpestarla, i cani non possono correre, figuriamoci fare pipì, perché ne corromperebbero l'omogeneità. E c'è un rumore infernale.

Nel “Parco divertimenti” tutto sembra. All'altra estremità dello zoo c'è il giardino botanico. Passate le serre, oltre il deserto finto e il non lago, dietro una curva sorge la foresta artificiale. Il luogo sembra essere pericoloso perché è sorvegliato da diversi poliziotti.
Scritti una cinquantina d'anni fa, tra questi racconti brevi, asciutti e calzanti, e calzano nonostante quel qualcosa che non quadra, ce ne sono due, il primo e il terzo, che porto con me, dopo aver chiuso il libro: “Il parco profondo”, dove seppellire scheletri raffioranti, e “Il vento distante” che periodicamente risolleva presenze credute lontane.


IL VENTO DISTANTE di José Emilio Pacheco
traduzione di Raul Schenardi
edizioni SUR
pag. 121 eur 14,00

Courtesy by Sabina Rizzardi

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