Nidi di rondine di Kim Thuy

Molte sono le ragioni per leggere un libro del genere.
Una è vedere trasposta su carta, per mezzo del racconto privato di una persona, la tragedia di un popolo attraverso la guerra e l'emigrazione. Si parla di Vietnam e tutto quello che succede è visto attraverso le vicende di Mãn, la protagonista che dà il titolo alla versione originale del libro, e di sua Mamma.
Un'altra è l'uso degli alimenti e della cucina per restare attaccati a ciò che si è perduto emigrando. Mãn arriva in Canada e inizia a lavorare nel ristorante di suo marito: il suo lavoro e le sue ricette lo faranno diventare un ritrovo di tutti gli immigrati e poi un centro di diffusione di cultura culinaria e di incontro con altre culture.
Un'altra è la storia d'amore che chiude e non corona la storia di Mãn.

Ma sopra tutto, sopra a quello che viene raccontato, è il modo: sono brevi capitoli, affiancati e non preceduti da una parola vietnamita con la traduzione, una parola che è il cuore di quel testo. E in questi capitoli salta agli occhi la corrispondenza fra il modo di raccontare e la vita e il carattere di chi racconta: è tutto in prima persona, è Mãn che racconta la sua vita e quella di sua Mamma, sono brevi capitoli perchè non sarebbe nemmeno pensabile raccontare la sua vita come un tutt'uno, come se ci fosse stato un avvenire nel passato: sono solo piccoli passi, uno dietro l'altro, che si possono interrompere in ogni momento.

Trascrivo qui la prima pagina che è anche il primo capitolo: si chiama mẹ (che in vietnamita significa madri) ed è il modo migliore per conoscere Mãn e la scrittura di questa autrice:

La Mamma e io non ci somigliamo. Lei è bassa, e io sono alta. Lei ha la carnagione scura, e io ho la
pelle delle bambole francesi. Lei ha un buco nel polpaccio, e io ho un buco nel cuore.
La mia prima madre, colei che mi ha concepita e messa al mondo, aveva un buco nella testa. Era una
giovane adulta, o forse era ancora una ragazzina, dal momento che nessuna donna vietnamita avrebbe osato avere un figlio senza la fede al dito.
La mia seconda madre, colei che mi ha raccolta in un orto in mezzo a piante di gombo, aveva
un buco nella fede. Non credeva piú alle persone,soprattutto quando parlavano. Allora si è ritirata
in una capanna, lontano dai bracci possenti del Mekong, per recitare preghiere in sanscrito.
La mia terza madre, colei che mi ha visto tentare i primi passi, è diventata la Mamma, la mia
Mamma. Quel mattino ha voluto aprire di nuovo le braccia. E cosí ha aperto le imposte di camera
sua, che erano rimaste chiuse fino a quel giorno. Mi ha notata in lontananza, avvolta in una luce calda, e sono diventata sua figlia. Mi ha offerto una seconda nascita crescendomi in una grande città, un altrove anonimo, in fondo al cortile di una scuola, circondata da bambini che mi invidiavano perché avevo una madre insegnante e venditrice di banane candite.


Adesso avete anche capito perchè Mamma è con la maiuscola.


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