I pesci non hanno gambe di Jon Kalman Stefansson

Quand'è che raccontiamo le cose correttamente, e qual è la giusta versione del mondo?
Forse questa, una delle frasi finali del libro, spiega meglio l'opera di Stefansson.
E' la storia di una famiglia, come dice il sottotitolo, da Oddur e Margret, i nonni, fino ad Ari, poeta che ha abbandonato la sua passione e che in un qualsiasi martedì ha distrutto la sua vita con un pugno sulla tavola. Siamo in Islanda, a Keflavik, e qui tutto è più chiaro, in poco più di cento anni si passa da eroi omerici a confronto con le forze della natura a piccoli uomini che lottano per trattenere un po' più a lungo momenti di felicità.
Se sono nuda sotto il vestito, saprai che ti amo.
Una famiglia e tanti amori, tanto amore, che non basta, perchè non basta, a superare indenni la vita.
 
Lo scrittore la tira in lungo. Sono più di quattrocento pagine. E' importante la storia ma è più importante  quello che sta nel mezzo. Una notte non può essere solo scura, un mare solo tempestoso: tutto ha una sua poetica di descrizione con aggettivi e metafore e digressioni. Perché l'autore sa che quando avrà finito di raccontare ci sarà il silenzio e l'oblio e la morte. E la sua è prima di tutto la disperata e impari lotta dell'uomo contro il tempo e la morte. Parlare di Margret e di Oddur, ricordarli, significa strappare almeno una loro parte da questo pozzo profondissimo, una parte, per un po' di tempo. Per questo scrive tanto, scrive così. Per ritardare l'addio a noi lettori. Il suo addio, l'addio di Oddur e Margret e Ari e tutti gli altri.

Sono tante, troppe le pagine che ti prendono lo stomaco, ti fanno risuonare, vorresti incorniciarle, impararle a memoria e recitarle quando ti svegli. Ecco, quando ti svegli: un'illuminazione per me leggere queste righe.
Negli scritti più antichi del mondo, quelli talmente antichi che non possono più mentire, si dice che il destino sta nell'alba, e per questo bisogna comportarsi bene al mattino, carezzare dei capelli, trovare belle parole, celebrare la vita.
In effetti a volte ci svegliamo con una ferita aperta. Indifesi, fragili, e tutto dipende dalla prima parola, dalla prima voce, da come mi guardi quando ti svegli, come mi osservi quando apri gli occhi, quando emergo dal sonno, questo strano universo dove non sempre siamo la stessa persona, dove inganniamo chi non riusciremmo nemmeno a concepire di poter ingannare, dove compiamo imprese eroiche, magari voliamo, dove i morti vivono, e i vivi muoiono.


Jon Kalman Stefansson
I pesci non hanno gambe
traduzione Silvia Cosimini
© Iperborea
pp440 €19,00
titolo originale Fiskarnir hafa enga faetur



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