Ancora di Hakan Gunday

Per essere un buon libro, è sufficiente trattare un tema di estrema attualità?
Nell'ultimo libro di Hakan Gunday, scrittore turco, giovane, con un gran seguito di lettori, che è stato premiato in Francia nel 2015 con il Prix Medicis, il tema di attualità sono i migranti o meglio la tratta di esseri umani o meglio ancora i trafficanti di esseri umani.
Il libro racconta la storia di Gaza, figlio di un trafficante turco di esseri umani: li va a prendere all'interno della Turchia, con il camion li porta in una cisterna adibita a rifugio/prigione/nascondiglio e quando lo avvisano, li porta fino agli scafisti per la traversata del mare. Una pedina, una delle tante che permettono il viaggio di questi migranti.
La storia è raccontata in prima persona e Gaza, ancora piccolo, inizierà a fare quel che il padre gli dice e quindi a diventare parte del traffico e della violenza: da una parte chi trasporta e che per quel breve tratto ha il potere assoluto su altre persone, dall'altra chi viene trasportato e che per arrivare alla sua meta è disposto a cedere tutto.
Le premesse per una buona storia ci sono.
Peccato che la cifra stilistica di Gunday sia il pulp, l'eccesso e trattare un tema del genere richiederebbe più sobrietà: la realtà, quella che vuole descrivere, è già tremenda e peggiorarla non porta allo spiazzamento ma al rigurgito.
Il carceriere di corpi vivi che diventa prigioniero di corpi morti, vogliamo vederla come metafora? Vogliamo leggerla come contrappasso? Va bene, allora non lo fai diventare pulp perchè leggendolo non vedo Gaza, vedo solo lo scrittore che seduto alla scrivania si spreme le meningi per stupire il lettore. Come quando vengono messe in bocca a Gaza delle considerazioni, che dovrebbero essere di Gaza bambino ma che evidentemente sono di Gunday.
Sembra Houellebecq, per il gusto di provocare, per i temi scelti, ma scritto male.

Ancora
di Hakan Gunday
traduzione di Fulvio Bertuccelli
pagine 491 €18
Marcos y Marcos




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