Letture
APOSTOLOFF di Sibylle Lewitscharoff
- Autore
- Sibylle Lewitscharoff
- Editore
- Del Vecchio
Angelow – il nome da angelo è ricorrente in Bulgaria. Noi nel
nostro corteo ne portavamo tre, uno in una cassetta, due vivi, con
una vivace coppia di FF in chiusura, la vecchia traslitterazione che
conferisce ai nomi maggior dinamica. Un angelo con la W in chiusura
fa un effetto moscio, non vola; appena staccato dal terreno atterra
morbido e pesante nel fango.
Il romanzo dell’autrice, per me
nuova, Sibylle Lewitscharoff racconta la storia di due sorelle
tedesche, della loro famiglia, del loro padre e del viaggio-corteo
funebre a bordo di undici lunghissime limousine, da Stoccarda a
Sofia, per riportarne in patria i resti, insieme a quelli di altri
diciannove esiliati bulgari, che lasciarono il paese negli anni
Quaranta. Tutto è organizzato in pompa magna, e pagato, da Tabakoff,
uno dei due superstiti di questo gruppo di esiliati. Ad un certo
punto il viaggio delle due continua, attraverso la Bulgaria, in
compagnia dell’autista e guida turistica Rumen Apostoloff, che aveva per padrino nostro nonno, conosceva i nonni da bambino e passò
da loro innumerevoli pomeriggi, finché la sua famiglia non si
trasferì in un altro quartiere.
La scrittura è precisa, le
parole meditate e da loro ha origine tutto; da una parola si formano
catene di ricordi, episodi, immagini, pensieri. Storia, storie di
famiglia, morte, religione, fede, immaginazione di bambine, tutto
viene impastato tramite odio ed ironia furenti. Il padre Kristo, con
po’ po’ di nome, era un ginecologo morto suicida, fardello
difficile da gestire per delle bambine, quando le sorelle erano ancora bambine ed è
una presenza costante e costantemente odiata, lungo tutta la durata
del viaggio. A narrare la vicenda, quasi tutta dal sedile posteriore
dell’auto, è una sorella, la più scorbutica, implacabile, insonne
e amante dei cani delle due. Sa poco del padre – sappiamo
poco. E allora? È chiaro: se anche avessimo studiato bulgaristica,
scienza del formaggio di capra e storia del suicidio indoeuropeo con
corso monografico in psicopatologia dei ginecologi uomini, non
potremmo essere prese in considerazione per una cattedra magistrale
in materia padre – e tutto quello
che lo riguarda è, per lei, orrendo, tutta la Bulgaria, tutti i
Bulgari troppo rumorosi, tutta la loro storia, tutto il loro cibo,
escluso il formaggio di capra in insalata, sua unica pietanza per
tutta la permanenza nel Paese.
Niente. Non è ancora giunto il momento di bussare con tocco
leggero all’immagine del padre. Kristo il suo nome, simbologia
spiazzante. Un nome affatto comprensivo e benevolo che aiuta un
giovane a farsi strada nel mondo. Anzi, che corona di ferro di
significati pesa su un nome di croce come questo. Di questo
padre/Cristo, allora ovviamente non ancora padre, ma solo figlio, si
dice abbia imparato in fretta a scrivere, ma per il suo nome, per
scriverlo senza esitare, ci deve essere voluto un bel po’. Da
adulto, ormai medico, aveva avuto una scrittura avariata per tutti i
farmacisti costretti a decifrare le sue ricette, una sfida
inammissibile. Il tratto del nome era del tutto illeggibile. Sì,
anche per nostro padre il nome costituiva il nocciolo della
personalità. Una personalità completamente avariata, dico a mia
sorella e mi sembra di sentire come sospira – a causa delle mie
parole, degli inafferrabili umori che seguono.
Una personalità senza voce né peso, almeno per le figlie, posto
che nelle loro menti sia in qualche modo presente, dico trionfante.
Certo certo, è presente. Si mostra a suo piacimento, quella carogna
di un padre!
Sono i sogni iniziati di notte e sviluppati il giorno, quelli in
cui nostro padre ritorna regolarmente.
Siamo parte di una segreta macchina familiare che produce
costantemente sventure, il padre morto spaventa le figlie, la madre
sopravvissuta spaventa le figlie più del padre morto, mia sorella a
sua volta spaventa i suoi figli, solo io non spavento nessuno, perché
sono meno misteriosa. Ma per punizione sto a sentire segreti
scarafaggi in un hotel bulgaro nascosto e sento sulla pelle come la
malattia bulgara mi avvolge cercando un poro aperto attraverso cui
penetrare.
Segreti e cospirazioni, la malattia dei bulgari! Dono dei padri
immersi nei pettegolezzi, dono delle madri che chiacchierano ad alta
voce con i figli, da secoli. Non si
salva quasi nessuno.
Altra presenza costante nel
viaggio è Rumen Apostoloff. Ovviamente la sorella narrante lo
tollera appena. L’altra invece, sempre amabile, disponibile e
sorridente, a parte quando si parla del padre, finirà per
innamorarsene. Rumen Apostoloff vuole mostrarci i tesori
della Bulgaria. Mia sorella e io lo sappiamo benissimo: quei tesori
esistono solo nelle teste dei bulgari. Siamo convinte che la Bulgaria
sia una terra desolata – no, meno drammatico: una terra ridicola e
brutta.
Per fortuna alcune presenze
positive, oltre alla sorella, nella vita della nostra voce narrante ci sono state.
C’è
Lilo, la bella moglie di Tabakoff che sembra Marilyn, con cui ha viaggiato da piccola
verso il Mar Nero. Durante il viaggio sedevo, o perlopiù
stavo stesa, dietro. Volontariamente: il sedile posteriore è sempre
stato il mio posto preferito. Avevo nove anni. […] C’era un
comodo cuscino a disposizione. Quando il vento si faceva troppo
forte, mi mettevo sotto la coperta. Degli occhiali da sole da bambina
mi proteggevano dalla luce violenta.
Stesa, mentre viaggiavamo, senza l’impedimento del tettuccio
dell’auto tra occhio e cielo, il teatro si lasciava osservare in
doppio movimento. Il cielo jugoslavo era blu scuro e comunque
incredibilmente brillante, il che probabilmente era da ricondurre
alla tonalità delle lenti degli occhiali da sole. […] Ero felice.
C’è stata anche la nonna
materna. Mi vedo la nonna davanti agli occhi, chiaramente come
poche volte. I capelli grigi tirati su. Un vestito nero coi bottoni
ricoperti di stoffa, sopra, il colletto bianco traforato, tenuto
insieme al centro da una spilla.
E infatti ha tenuto insieme
tutto.
Mia sorella e io siamo già troppo alte, però, per prendere posto
in braccio a lei. La nonna vuole farci abituare al fatto che il padre
è andato via. Vostro padre è salito in cielo. In cielo sta bene.
[…] Bambina informata a mia nonna, obbedivo automaticamente,
recepivo automaticamente la consolazione delle sue parole, lasciavo
fare alle sue mani morbide quello che facevano sempre, respirando
l’odore pulito che sempre amavo. […]
Di cosa la nonna non
aveva tenuto conto: sapere il padre nel cielo e non come mucchietto
in decomposizione nella tomba era rassicurante, ma aveva lo
svantaggio che mi sentivo osservata. Funzionò finché mia nonna era
viva. Lei era la garante del cielo, che con canti e libro di
preghiere teneva sotto scacco il perturbante. […]
La nonna morì
pochi mesi dopo il padre. Da allora niente più intermediarie con il
cielo da nessuna parte. […]
Nel cielo di Degerloch non sonnecchiava nessun padre tranquillo e
benevolo pronto a svegliarsi in caso di necessità, per salvarmi.
Aveva un occhio cattivo e infiammato su di me, e lo apriva e lo
chiudeva secondo le sue regole. Un occhio punitivo che mi
perseguitava.
E c’è stato il bassotto.
Poco prima di arrivare a
destinazione le cose cambiano, la bellezza venerabile e
inaspettata della città di Plovdiv li accoglie, insieme con un
bell’albergo, con il sonno e, forse, con la rassegnazione – in
senso positivo – al padre.
Che soavità. Che armonia tra natura domata e
architettura. Chissà se i costruttori cantavano, nel tirare su le
travi? Chissà se gli intagliatori avevano il paradiso, davanti agli
occhi, mentre guidavano il bulino e il taglierino? La bellezza si
sottrae alla descrizione, si rivela nell’insieme.
Tutti gli angeli della Bulgaria devono aver aiutato al momento
della costruzione. Alcuni di loro sono rimasti e alitano calore negli
animi dei visitatori.
Non è l’amore a tenere sotto scacco i morti, penso, solo un
indulgente odio coltivato con cura.
