Letture
DIO ODIA IL GIAPPONE. Romanzo d’amore e fine del mondo di Douglas Coupland
- Autore
- Douglas Coupland
e rimasto inedito in tutto il mondo se non in Giappone, è scritto
bene. Coupland si serve del ritmo veloce, del tono divertente ed
ironico, delle parole, delle suggestioni, dei rimandi, delle
illustrazioni per raccontare in realtà qualcosa di così tetro che
fa boccheggiare. Nonostante le mille insegne luminose intermittenti.
che pervade tutto il romanzo, perché è la stessa cupola afosa che
si respira adesso in Italia. A raccontare gli anni dalla fine del
liceo all’entrata nel mondo del lavoro, è Hiro, il protagonista,
in prima persona, con il disincanto di chi ha ricevuto insegnamenti
che, per andare avanti, non contano più un fico secco. Hiro
sceglierà la sua strada, il suo modo di stare al mondo.
direttamente, spinge a riflettere sul completo non senso di
perseverare percorrendo il mondo così come abbiamo fatto fino ad
ora. Economicamente, eticamente. Credo che la generazione di quelli
che, come me, sono nati nella metà degli anni Settanta abbia chiaro
in testa che è adesso che si deve scendere dalla macchina e
svoltare, continuando a piedi. Ineluttabilmente.
nord di Tokyo. Non ho fratelli maggiori e ho una sorella, mia sorella
maggiore Moriko, che è nata nel 1970 ma ha una sensibilità così
differente dalla mia che avrebbe potuto benissimo essere del 1955.
Moriko è un clone della Burberry. Con questo non intendo sminuirla.
Se le chiedete di descriversi probabilmente vi comunicherà di sua
spontanea volontà e sin dalla prima frase che possiede un
esemplare di ogni articolo della Burberry. Se la Burberry producesse
assorbenti interni, Moriko farebbe scorta anche di quelli. […]
Credo che Moriko sia nata nell’ultima generazione che ha provato il
senso del dovere o del rispetto o del sacrificio e tutte quelle
storie giapponesi sull’armonia con cui ti lavano il cervello quando
rinunci alla tua vita con una firma alla Toyota. E quelli come me,
nati dopo il 1975? Lasciateci perdere. Ci riproduciamo, mangiamo e
sempre più spesso uccidiamo. Tutti i legami tra noi e chi ci ha
preceduto sono stati troncati. Eppure noi siamo una generazione.
fine del mondo “conosciuto” per Hiro Tanaka and friends. Che cosa
fanno? Stanno in mezzo. Tra liceo ed università, tra università e
lavoro, tra isolamento e realtà e vanno ad abitare nel
soprannominato Bubble Palace, un palazzo che il padre di Tetsu non
riesce ad affittare, dove vivono gratis in cambio del loro lavoro
come custodi.
Inutile dire che per colpa nostra quel posto diventò un
porcaio; non per cattiveria, piuttosto perché sia io che Tetsu
eravamo allergici ai lavori domestici; e poi, ad Aoyama, i direttori
della ditta proprietaria continuavano a farsi arrestare, a dimettersi
per la vergogna o a sbudellarsi per il disonore dovuto alle loro
disastrose imprese finanziarie. Le ondate di epurazione continuavano
a susseguirsi, e alcune finirono pure sui giornali, e ogni nuova
perdita ci trincerava più saldamente nei nostri alloggi.
Tetsu, che era molto più intelligente di me, studiava economia
all’Università di Tokyo, ma per entrambi lo studio era più che
altro una farsa. Era molto più divertente portare di sopra le
ragazze, usare i muri degli uffici come bersagli per le freccette, e
consumare quasi solo calorie provenienti dal negozio di alimentari al
piano terra.
libertà di definirla, è una Generazione MA. Ma è una parola usata
nel giapponese in espressioni colloquiali e settoriali. È “qualcosa”
di lieve, ma fondamentale, tra: un tempo tra due eventi, uno spazio
tra cose, una relazione tra due persone, nel quotidiano,
nell’estetica, nell’arte, nell’architettura, nel teatro,
nell’arte marziale. In italiano il ma mette in contrapposizione due
frasi o due termini di una stessa frase. Ho pensato che in ciascuna
delle due lingue il significato calzi. In una delle interviste, circa
il libro, Coupland dice che è come se il Giappone avesse raggiunto
una specie di nirvana secolare, oltre il quale non c’è nulla, e
fosse imploso. E allora? E allora il fanatismo religioso, l’attentato
del 1995 alla metropolitana di Tokyo con il Sarin ed il fiorire di
sette religiose per distruggere quel mondo conosciuto.
So che sembro uno stronzetto intransigente ma, se vi può
consolare, la severità più grande la applico a me stesso, e credo
che questa severità possa derivare dalla certezza che io e la mia
piccola non-generazione erediteremo il mondo, ma al tempo stesso
saremo incapaci di salvaguardare la pesante eredità nazionale, fatta
di dighe, strade, coltivazioni alimentari, lanci di satelliti,
ministero dell’Industria e del Commercio Internazionale, prodotti
chimici per l’agricoltura e tutto il resto. In effetti, potrebbe
essere molto più interessante far saltare tutto per aria.
Naomi, la sorella del suo migliore amico Tetsu, nonché ragazza di
cui s’innamora non corrisposto, perderà un polmone nell’attentato
in metropolitana; i genitori aderiranno ad una setta religiosa, il
cui nome sembra uno slogan pubblicitario, Pura Fede di Prima Scelta,
per rendere il Giappone più bianco che più bianco non si può, con
tutte le implicazioni del colore.
conformismo ed oltre le vette più alte del consumismo i ragazzi e le
ragazze di questa non-generazione, come mattoncini di lego mutante
non s’incastrano più e rimangono in mezzo. Individui che tendono
all’uno ma con il bisogno di ritrovare gli altri. E per fare questo
alcuni se ne vanno, per un po’, per sempre. I personaggi del libro
vanno tutti nell’economicissimo Canada, per crisi mistica, per
amore, per ritrovare una persona a sua volta fuggita là.
Secondo me la gente della mia non-generazione, in sostanza, è la
versione corrotto di un sistema più vecchio della purezza
indiscussa: un sistema semplice, come i Lego. Siamo mattoncini
personalizzati e deformati e non ci incastriamo su nessuna
piattaforma; presi in gruppo, non ci possono assemblare per costruire
nessun oggetto in particolare. Non proviamo nemmeno nostalgia per il
sistema vecchio e puro, perché era già scomparso prima che noi
arrivassimo. E la nostra mancanza di utilità sociale fa sì che
vogliamo bandire il vecchio ordine, proprio perché per noi non c’è
modo di rientrarci, né ora né mai.
ancora una volta con tutte le implicazioni del termine, famiglia
giapponese. Oltre alla sorella che ha votato la propria vita alla
Burberry, ci sono mamma e papà.
I miei genitori? In segreto avevo sempre sognato che mio padre
fumasse il crack, o che per mantenersi facesse il pappone in segreto:
qualsiasi cosa era più interessante del suo lavoro come ingegnere
chimico alla Secar, una centrale di betonaggio di medie dimensioni in
periferia, verso il porto, un viaggio ingrato di un’ora e un quarto
con il treno dei pendolari, che doveva farsi sempre in piedi perché
la nostra stazione era molto vicina al capolinea.
Analogamente, sognavo che mia madre avesse un appartamento
segreto, a Hibiya per esempio, dove un pezzo grosso della yakuza la
tratteneva come schiava sessuale part time e che tornasse a casa
nostra a Urawa solo dopo essere stata imbottita dei migliori oppiacei
afgani. Quello stato di offuscamento l’avrebbe aiutata a
contrastare la mancanza di gioia e di sesso nel suo matrimonio
combinato. Almeno papà aveva un posto dove andare al mattino; la
mamma non aveva proprio niente.
realtà più uno.
D’altra parte il Giappone è una grande famiglia felice, no?
Quindi uno non è mai solo.
[…] Quella sera avevo fatto i capricci (c’era un pesce strano
per cena, credo) e mi avevano spedito in camera mia. Proprio fuori
dalla porta c’era la borsa di mia madre, così me la portai in
camera e la svuotai completamente, disponendo tutto (rossetto,
fazzoletti di carta, un romanzo rosa tascabile, le chiavi e così
via) per terra, in file ordinate. Mi sembrava avesse un aspetto
carino, come una teca al museo di storia naturale, e mi sentii fiero.
Poi andai a letto, giocai un po’ con la plastilina e mi
addormentai.
Mi ricordo che di punto in bianco mi svegliai mentre mi
trascinavano nel corridoio per il polsino della camicia, attraverso
il daidokoro, depositandomi infine sui gradini dell’ingresso, dove
scoppiai a piangere appena sentii la porta richiudersi alle mie
spalle. […] chiudere i bambini fuori casa è la tortura per
eccellenza che i giapponesi pervertiti del cazzo usano per
costringere i loro figli a uniformarsi. Su di me quell’esclusione
ebbe l’effetto opposto. Mi resi conto che se uno si esclude per
primo dalla società, allora tutta la tortura mentale che la società
ti getta addosso viene annullata. E capirlo mi calmò in modo
incredibile. Smisi di piangere, mi incamminai verso una piccola siepe
e mi addormentai […]. Mia madre uscì per «riaccogliermi» in
casa, e si aspettava di trovarmi umile e remissivo, e invece ero lì
che dormivo. In quel preciso istante mia madre capì che non ero
tagliato per essere un bravo cittadino, e negli anni a venire non
mancò mai di ricordarmelo.
tragedia; stupisce sicuramente il modo.
Se c’è una cosa che la vita mi ha insegnato, credo sia che
basta aspettare un po’ e prima o poi una tragedia capita sempre, di
solito a qualcun altro: una morte, una malattia, un fiasco
lavorativo, o chissà cosa. E quindi la vita vi riserverà almeno
qualche tragedia di seconda mano e vi potrete godere un po’ di
effetto valanga senza riportare troppi fastidi.
Il tipo di tragedia che cercavo di solito (e che ho continuato a
cercare per più di un decennio) me la procuravo lanciandomi contro
le vetrine. Proprio così. Sceglievo una porta a vetri bella grande
al centro commerciale Isetan o al Parco, oppure una ghiotta
portafinestra in piscina, e usavo tutta la mia energia per
sbattermici contro. Spaventavo a morte i miei amici e mi facevo
cacciare da tutti i negozi di Tokyo, ma, visto che avevo la massa
corporea di un passerotto […], quelle botte non provocavano mai
conseguenze. Eppure in testa avevo sempre l’immagine di me che mi
schiantavo tra i prismi di vetro grandi come perle, al rallentatore
come in un documentario, e attraversavo lo specchio da una parte
all’altra. Se mi fosse riuscito uno di quei blitz, sarei diventato
«Il ragazzo che faceva esplodere le vetrine». Uno che faceva cose
del generale avrebbe avuto legami soprannaturali con il potere. Uno
che faceva cose del genere sarebbe stato uno che sapeva cose che gli
altri non sapevano. O almeno,
così credevo.
personalissimo tipo di tragedia in Canada e, proprio quando deciderà
di buttarsi per l’ultima volta contro una vetrina canadese, ben
diversa da quelle giapponesi, scoprirà di non sapere un mucchio di
cose.
Parallela alla storia scritta c’è
quella illustrata, tra lego e manga, di Michael Howatson per noi
lettori e per il Caro clone
del protagonista.
In Giappone il futuro non è mai
lontano, allora Hiro abbozza un’autobiografia, scrivendo al proprio
Caro clone per prevenirlo,
per rassicurarlo, per rendergli la vita un po’ più semplice.
La premessa sarà che una cellula dei miei reni ha avuto la
sfortuna di essere clonata per creare da zero un nuovo Hiro e che io,
il vero Hiro, in pratica scrivo qualcosa di simile a un manuale di
«Istruzioni per l’uso» per quel povero imbecille.
mio poiché la frase è fortissima.
Io continuo a vendere telefoni, a volte per strada e altre volte
in qualche chiosco in giro per la città. Se ci penso troppo mi viene
il mal di mare. È una scelta importante della mia vita fare qualcosa
che tecnicamente sembra di poco conto, ma che in realtà non lo è.
Sto facendo qualcosa di grande. Aspetterò la fine della
sostenibilità. Per il momento non faccio progressi, ma ci vuole
un sacco di impegno per rifiutare le cose che ti hanno insegnato a
venerare. Ci vuole coraggio per dire di no, a costo di contrastare
gli standard consolidati.
