Letture
L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender
- Autore
- Aimee Bender
- Editore
- Minimum Fax
C’è un ragazzino. Che stava per venire bocciato, l’anno scorso. Mi sa che abita in uno di quei quartieri malmessi, dalle parti del Dodger Stadium, e non si rendeva conto che aveva bisogno degli occhiali, e vedeva tutto sfocato.
Non riusciva a leggere. Quello era il problema. I professori gli facevano i test, e lui non riusciva a leggere neanche una parola, e durante le lezioni di inglese non apriva bocca, e aveva preso brutti voti per anni e anni, e non riusciva nemmeno a capire come gli altri potessero svolgere questa attività magica e misteriosa chiamata lettura, e finalmente uno degli insegnanti ha detto che dovevano fargli una visita agli occhi, e l’hanno portato dall’oculista.
Così hanno trovato che non ci vedeva quasi per niente, e gli hanno dato gli occhiali, e tutti gli insegnanti gli stavano attorno mentre li provava.
Così si è infilato gli occhiali, prescrizione perfetta. Insomma se li è messi e tutto d’un tratto era in grado di leggere, e non solo, l’atto stesso del leggere gli è sembrato all’improvviso qualcosa di possibile, e non gli è sembrato più che il resto del mondo fosse anni luce avanti a lui, così irraggiungibile.
Il ragazzo torna a casa. Con gli occhiali. E il suo nuovo libro di lettura. E sua mamma gli va incontro sulla porta. Lei sorride, perchè la scuola le ha telefonato per darle la buona notizia. Ma lui vede che lei è stanchissima. Non l’ha vista per anni e anni, con chiarezza: anni! E lei è tremendamente spossata, ha le occhiaie e quando sorride sembra che uno dei denti sia un quadratino marrone. Non si possono permettere il dentista. E la casa? Un disastro. Un lato sta cadendo a pezzi, e ci sono scarafaggi che scorazzano sul pavimento e in una parete c’è un grosso buco, che lui pensava fosse un quadro.
Il ragazzo detesta quello che vede.
Così calpesta i suoi occhiali.
Non impara più a leggere. Ma riesce a cavarsela. Si fa dichiarare semicieco e riceve un sussidio di invalidità.
Questa è la storia che Rose Edelstein racconta a suo padre, in uno dei rari momenti di relazione fra padre e figlia (ho scritto solo la storia omettendo gli interventi del padre e gli incisi del dialogo): questa storia è la storia di Rose, è una specie di riassunto della sua vita, è anche il nucleo centrale del lavoro della scrittrice in questo romanzo.
Rose è la protagonista e la voce narrante: all’inizio è una bambina che sta per compiere nove anni e che, mangiando una fetta della sua torta di compleanno, si rende conto di avere una qualità fuori dall’ordinario: mangiando riesce a capire le emozioni di chi ha preparato quel particolare cibo.
Il riconoscere le emozioni di chi prepara il cibo, per una bambina di nove anni, non è un vero dono: attraverso quel che mangia a casa verrà a sapere un sacco di cose su sua madre, cose che avrebbe volentieri fatto a meno di conoscere. E’ una nuova consapevolezza che la condizionerà: non potrà più essere una piccola bambina, dovrà crescere in fretta per poter sopravvivvere alle emozioni che il cibo, tutto il cibo, le trasmette. Dovrà imparare a nutrirsi quasi esclusivamente di cibo industriale, il meno possibile trattato da mani umane; dovrà imparare a gestire le informazioni che, mangiando, le arrivano.
La famiglia di Rose può sembrare squinternata: di lei abbiamo detto; suo fratello, Joseph, più grande di lei di cinque anni, è un tipo solitario, molto solitario. Vive in camera sua, non vuole nè sopporta la compagnia di nessuno, ha un solo amico, George. E poi, a volte, scompare.
La madre emotivamente instabile, sommerge di amore i propri figli, soprattutto il maschio, ma non riesce a vivere pienamente il suo matrimonio.
Il padre, sempre al lavoro; quando è a casa, o lavora o compila un onnipresente registro: impietoso lo sguardo della figlia che lo riconosce come quello della lista di cose da fare. E poi non entra mai negli ospedali, li evita proprio, anche quando sono nati i due figli lui è rimasto fuori.
Il potere para-normale di Rose non viene mai trattato come un qualcosa di magico, il romanzo non vuole portarci nel mondo del fantastico: vuole parlarci di Rose e della sua famiglia, di noi e delle nostre famiglie.
Il parlare del cibo e delle emozioni di chi l’ha preparato è una utilissima invenzione per rendere leggero, piacevole e divertente (anche se i momenti di dramma non mancano) questo romanzo sulla condizione della famiglia, sui rapporti fra figli e genitori, su quello che vivono i figli abbandonando il loro essere bambini per entrare nell’adolescenza e nell’età adulta: quanto questo passaggio sia condizionato dalle persone che amiamo e che vivono con noi, quanto il nostro divenire noi stessi sia un divenire in contrapposizione a loro o per far loro piacere.
La capacità della scrittrice fanno comunque la differenza: Aimee Bender oltre a saper gestire la narrazione e l’intreccio, ha una vera maestria nei dialoghi e ha una scrittura che, oltre a raccontarci cosa Rose sente mangiando, ci racconta cosa le persone guardano mentre parlano: una madre che spesso si rivolge, per esempio, alla finestra di fronte al lavello della cucina, per parlare con figli e marito.