Letture
SINAPSI. Opere postume di un autore ancora in vita di Matteo Galiazzo
- Autore
- Matteo Galiazzo
È passata una decina d’anni dall’ultimo libro pubblicato di Matteo Galiazzo. Indiana, per la collana I lucci, raccoglie, in ordine sparso, ventidue suoi racconti dispersi, di cui uno inedito e uno scritto a quattro mani con Marco Drago; pubblicati in ambiti diversi e scritti tra gli anni Novanta e i primi anni del Duemila, hanno prefazione di Tiziano Scarpa e intervista a Galiazzo in chiusura, nella quale ci racconta perchè scriveva e perchè ha smesso di scrivere passando oltre, del curatore Matteo Bianchi. Io l’ho letta all’inizio, perchè è la sua voce più recente, senza il filtro di pensieri altri.
Non mi sento di mettermi a discutere i come ed i perchè. Posso dire semplicemente, leggetelo? Ecco, leggetelo. Magari, come è successo a me, vi sentirete lettori un po’ orfani dopo, però vi sarete divertiti tanto, vi sarete soffermati a pensare agli ultimi vent’anni e vi ci sarete trovati.
Alcuni frammenti:
Di fronte a queste cose io mi metto effettivamente a predicare. Li prego di smettere, di lasciar stare. Non è facile farli ritornare ai loro riti precedenti, quelli puri, vergini, inalterati. Non è facile, ma io sono un prete, e se l’essenza della predicazione è quella di far cambiare idea a qualcuno, io sto predicando. Se altri preti sono riusciti a immettere le figure cristiane non vedo perché io non dovrei, armato degli stessi abiti e della stessa potenza, riuscire a distruggerle.
È complicato ricostruire la religione primitiva, ripristinarla. […]
da Il ferro è una cosa viva, alle pagine 9, 22
Prima di fare il servizio civile vendevo robot pallettizzatori. Sono una roba che sistema gli scatoloni sopra i bancali di legno 80×120. Vendevo anche piattaforme rotanti per avvolgere il nylon attorno al pallet. Andavo lì nelle fabbriche, dove c’erano questi uomini che tutto il giorno alzavano e piazzacano scatoloni sopra i bancali. Di solito ce n’erano tre in fondo al nastro trasportatore e uno che avvolgeva il nylon a mano da una parte. Arrivavo io, vendevo il robot, e questi qui venivano licenziati. Via, verso altre fabbriche, dove io non ero ancora arrivato. Dopo un po’ arrivavo anche lì. A volte li riconoscevo, erano proprio gli stessi, mi ricordo un tizio strabico al colorificio Gaulli, e dopo qualche mese in una fabbrica di motorini elettrici per tergicristalli, quando sono entrato mi guardava con un occhio solo come dire, cazzo, sei già qui, sei di nuovo qui, mi vuoi lasciare in pace, col tuo merdosissimo robot pallettizzatore.
Signore? Mi toglie una curiosità?
Dimmi, ragazzo.
Nelle foto. Anche nei quadri. In tutti i suoi quadri, ci sono quelle ombre attorno ai visi. Non si capisce cosa siano. Hanno un significato particolare?
Quelle sfuocate ovali?
Si, quelle.
Ah. Cioè?
Torte.
«Ho un problema» gli dissi.
«Quale?»
«Non so come continuare questo racconto» spiegai. «Ho per le mani un
sadico, un aspirante scrittore e un disoccupato, e non so come far
intrecciare le loro vicende.»
«Non so come aiutarti. Certo che non
dovresti cominciare un racconto se poi non sai come va a finire. È una
cosa che devi risolvere da solo» mi disse.
«Però la colpa è anche un po’ di voi personaggi.
Cioè, non mi ascoltate mai, non seguite le vicende, non rispettate
l’intreccio né le battute nei dialoghi. Volete far sempre di testa
vostra, quasi come se foste nella vita reale, e ogni volta mi
sconvolgete la trama.»
«Dai, noi apprezziamo quello che fai.»
«Forse sono poco adatto a fare l’autore, sono troppo poco autoritario con voi.»
«È che noi abbiamo anche altri problemi connessi con il mondo reale,
facciamo i personaggi dei tuoi racconti nei ritagli di tempo libero solo
perché siamo tuoi amici, ma non è che possiamo essere completamente a
tua disposizione. Abbiamo i nostri casini, i nostri appuntamenti.
Dovresti pagarti dei personaggi professionisti, che lo facciano per
campare, questo lavoro.»
[…]
«Comunque finché non avrai i soldi
per pagarci a tempo pieno, sappi che questa è la situazione. Sappi anche
che comunque ti siamo molto affezionati. Sappi che ti tradiremo solo
per compensi molto elevati.»
da Volontariato Urbano, alla pagina 132
Poi una di queste volte che ero da lei, quella volta che volevo raccontarvi, è successo questo. È successo che c’è stato un blackout che è durato veramente un sacco. Non so quanto esattamente, ma a me è sembrato eterno. All’improvviso si è spento il televisore, no?, si è spento all’improvviso, e siccome c’era solo quello di acceso, allora la nonna non aveva capito che era un blackout e cercava di riaccendere con il telecomando. Invece io, che sono più industrializzata, avevo capito, cioè avevo paura di avere capito e mi sono alzata e ho schiacciato l’interruttore della luce e ho visto che non si accendeva niente. Niente, nonna, manca la luce, le ho detto, è inutile. Ora ritorna, stai calma. Sarà questione di pochi secondi, vedrai. Invece quella volta non c’ho preso per niente, perchè è stata una questione molto lunga, ma io non lo sapevo ancora. Allora niente, subito mia nonna continuava a guardare il televisore spento come se fosse ancora acceso, per non perdersi nemmeno un secondo quando tornava la luce, e fissava il televisore e non si muoveva. Solo che dopo un po’ che stava lì ha cominciato a essere nervosa, si girava sempre più spesso verso di me, e aveva una faccia che mi chiedeva spiegazioni di quell’increscioso protarsi dell’oscuramento, anzi, non è che mi chiedeva spiegazioni, sembrava proprio che la responsabile fossi io. Ma cosa si può fare? mi ha chiesto. E io, Niente, nonna, bisogna solo aspettare che ritorni la luce. Torna da un momento all’altro, ora vedi, calma. Invece lei non stava calma per niente, infatti si è alzata ed è andata vicino al televisore e si è messa a controllare tutti i pulsanti e poi mi diceva, Tu che riesci ad accucciarti, guarda la spina se va bene, se è messa a posto. Non c’entra niente la spina, nonna, non vedi che anche la luce non va? È una questione di corrente, no? Non possiamo fare niente, dai siediti lì tranquilla che ora torna. E se chiamiamo un tecnico? mi fa. Ma che tecnico, nonna e cosa fa il tecnico? Non è rotta, nonna, bisogna solo aspettare che torni la luce. Siediti lì buona. E quando torna la luce? mi fa. Tra poco, nonna, tra poco.
da Crisi, alla pagina 141-142
da Il mosso e il mero, alla pagina 169
Sto chiedendo l’elemosina seduto davanti alle porte automatiche della Coop, con in bocca la terza sigaretta della mattina, si avvicina questa signora sui quaranta, dalle gambe dolorosamente depilate, si ferma davanti a me, cerca nella borsetta, cerca degli spiccioli, si sente rumore di molti mazzi di chiavi, fa no con la testa, tira fuori una bomboletta di profumo spray, sorride, dice, Ti spruzzo un po’ di questo che tanto vale un occhio della testa, sono sicuro che le sue intenzioni sono buone, a volte mi accorgo solo dopo un po’ che mi sono pisciato addosso, magari un sacco di gente non si avvicina perchè puzzo, perchè la mia barba ha una densità irregolare, magari con questo profumo tutti si avvicineranno a me contenti di darmi gli spiccioli, anzi, se io scrivessi ancora per la pubblicità proporrei uno spot del profumo proprio così, con uno che chiede l’elemosina e nessuno lo caga, poi si spruzza questo profumo e tutte le donne lo lapidano di monete e gli infilano i biglietti nei pantaloni e sotto le ascelle come uno spogliarellista, sono sicuro che questa donna è animata dalle migliori intenzioni, magari lei ci crede nella forza di coesione sociale del profumo, io non ci ho mai creduto, per questo magari io devo chiedere l’elemosina in questa maniera esplicita e lei ha ancora il piacere di metodi più ermetici, ma forse è solo questione di target, perchè in fondo anch’io con questo mio aspetto trasandato devo essere simpatico a qualcuno, ieri un ragazzo col piercing sulla fronte mi ha regalato un giubbotto di quelli dell’aviazione russa, tiene caldo perchè in Russia fa freddo, la signora toglie il tappo e mi spruzza il profumo verso il collo, il profumo dev’essere di quelli a base alcolica, la sigaretta fa prendere fuoco allo spruzzo, la bomboletta diventa un piccolo lanciafiamme puntato verso la mia faccia, la donna grida, ma è come impietrita e rimane congelata con il dito premuto, la combustione risale all’indietro, fa fondere la plastica della valvola, la scioglie e la fiamma adesso esce verticale, quando la donna butta via la bomboletta di profumo questa continua a spruzzare fiamme, rimbalza per terra, rotola sospinta dal getto come un piccolo razzo vettore, rotola giù dalla discesa verso la porticina in metallo della cabina del proiezioniosta del cinema porno, la porticina è aperta, la bomboletta entra, la mia barba sta bruciando, mi tocco la faccia in fiamme, cerco di spegnerla, ma ho paura di modificarla, ora che è così calda, se ci premo le mani plasticamente deformerò i miei connotati che ora sono allo stato di fusione e cedevoli come plastilina, ridiventeranno stabili e nuovi quando questo fuoco si sarà raffreddato, la mia faccia adesso è liscia come quella di un bambino, devo sembrare un bambino, una volta un prete mi ha detto che nell’antichità le donne si depilavano le gambe dandosi fuoco ai peli.
da Le mummie, alla pagina 235-236