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Storia dei capelli di Alan Pauls

Editore
SUR

Non c’è giorno in cui non pensi ai capelli. A tagliarli
molto o poco, a lasciarli crescere, a non tagliarli più, a farsi
rapare a zero, a radersi la testa per sempre. La soluzione definitiva
non esiste. È condannato a tornare incessantemente sulla questione.
Sempre così, schiavo dei capelli, finché crepa, magari. E perfino
dopo. Non ha forse letto che… che i capelli crescono anche… o
erano le unghie?

Una volta, d’estate, per sfuggire al caldo – sono le quattro
del pomeriggio e in strada non c’è quasi nessuno – si infila in un
negozio di parrucchiere deserto. Si fa lavare i capelli. Se ne sta a
faccia in su, la nuca appoggiata nell’incavo di plastica. La
posizione è scomodissima, ha male alla cervicale e un po’ lo
inquieta la leggerezza con cui la sua carotide sembra offrirsi alla
lama del primo tagliagole di passaggio, ma la frizione dei
polpastrelli, la dolce nuvola di profumo vegetale che esala la
schiuma e la pressione dei getti d’acqua tiepida lo stordiscono,
trasportandolo gradualmente in una specie di dormiveglia. Non tarda
ad addormentarsi. La prima cosa che vede nel riaprire gli occhi, così
vicina da apparirgli sfocata, come dipinta su una superficie di
sabbie mobili, è il viso della ragazza che gli lava la testa, chino
su di lui, capovolto, la fronte sospesa sopra la sua bocca. […] Da
quand’è che i capelli lo ossessionano, lo tormentano, lo rodono? Non
saprebbe dirlo. C’è un momento nella sua vita in cui comincia a
pensare ai capelli come altri pensano alla morte. […] Ha sempre
saputo che i capelli sono lì, da qualche parte, in agguato, ma è
sempre riuscito a vivere senza pensarci, come se non esistessero. Non
è un’esperienza, quella che scopre, ma una dimensione; […]
qualcosa che da sempre era dentro di lui a roderlo in silenzio, con
la pazienza di un ruminante, in attesa del momento giusto per
destarsi e dare i primi segni di vita visibile. La morte è l’esempio
classico. […] È una cosa che si da per scontata […]. Per anni.
Finché all’improvviso compare e reclama quel che le spetta.

Storia dei Capelli è il secondo libro di una trilogia.
Tra Storia del pianto, già pubblicato da Fazi nel 2009, e
Storia del denaro, in fase finale di scrittura, tutti e tre i
libri ruotano attorno alla perdita di ciò che quotidiano si possiede e si perde
irrimediabilmente. In un intervista Pauls racconta che la perdita
segna profondamente la storia e la cultura argentina e di scriverne
attraverso lacrime, capelli e soldi per riuscire a parlare anche di
quell’utopia rivoluzionaria creduta realizzabile agli inizi degli
anni Settanta e della dittatura che, tra il 1976 e il 1983, è causa
per molti, appunto, di perdite di persone e denaro. È il veterano
di guerra
, un uomo rapato né giovane né vecchio,
spacciatore, figlio di militanti montoneri ed esule a Parigi che nel
libro parla di quel periodo; gli ha lasciato un freddo terribile ed
una parrucca preziosissima. Un pomeriggio, […] va a una
tavola rotonda che si tiene alla Escuela de Mecanica de la Armada. È
la prima volta che mette piede in quel teatro degli orrori al quale
da bambino pensa spesso, influenzato dai racconti che gli capita di
ascoltare nella comunità parigina degli esuli […]. Lui sta
gelando, anche con il montone addosso e il berretto di lana in testa,
con le mani affondate nelle tasche […]. Da dove arrivi quel freddo
polare, crudo, perfettamente omogeneo, che sembra aver preso possesso
dell’intero spazio, non saprebbe dirlo. Non è una corrente d’aria,
visto che il luogo, per quanto immenso sembra ermeticamente chiuso,
e non ci sono aperture né vetri rotti nei finestroni a tutta parete,
e il gelo è una massa talmente immobile da sembrare solida. Non
dall’esterno, dove una primavera ancora giovane addolcisce gli ultimi
aliti dell’inverno. Viene dalle viscere dell’edificio, che produce e
irradia freddo per il solo fatto di rimanere in piedi, con gli stessi
muri, lo stesso cemento, la stessa pietra che lo tengono in piedi
trent’anni prima, quando non è lo scenario improvvisato di una
tavola rotonda ma la grande fabbrica della tortura e della morte.

 
Ma al centro del libro sta la passione bruciante del protagonista –
forse metafora di come doveva essere quella politica di quegli anni gelidi:
la sua ossessione per i capelli. Lunghi, lisci, biondi e innocenti di quando suo nonno, in uno degli slanci d’affetto virile che
più sembrano esaltarlo, gli acchiappa al volo una ciocca e minaccia
di tagliargliela di netto con la forbice dell’indice e del medio,
improvvisando una colonna sonora con la lingua, zic, zic, zic, che
anticipa l’esecuzione dell’atto prefigurato dalle dita, oppure
quando, mentre è in coda alla posta, per esempio, o all’edicola o
in farmacia, qualcuno dietro di lui vuole domandare qualcosa e dice
«signorina?»
in una famiglia di calvi, tutti quanti,
irrimediabilmente calvi prima ancora di varcare la soglia che li
renderà uomini. Lui, invece, ha avuto in sorte i capelli. O meglio:
ne ha fin troppi.
Capelli afro, crespi, inquieti, ruggenti
come le chiome-manifesto programmatico delle Black Panthers nel
documentario di Agnès Varda. E dato che di capelli ne ha da
buttar via, come si suol dire, a un certo punto si concede il lusso
per eccellenza: rinuncia al liscio. Lui non lo sa ma è il suo modo
di proletarizzarsi. Cominciano gli anni Settanta e decine di migliaia
di ragazzi della piccola, media e perfino alta borghesia abdicano
dalla sera alla mattina al trono che spetta loro per nascita,
ripudiando volentieri i privilegi di cui godono, abbandonando le case
confortevoli, i quartieri signorili […], e scelgono di andare a
vivere in borgate di baracche, quartieri fatiscenti, casermoni in
periferie sordide […], dove si mimetizzano e apprendono, secondo il
metodo che decenni più tardi si sarebbe chiamato full immersion, le
regole di vita delle classi sfruttate il cui destino si propongono di
cambiare. Lui, a undici, dodici anni, a che cosa può rinunciare se
non alla corona dei suoi capelli?

Poco importano gli sguardi
sconcertati e le domande della famiglia perché “non è per loro
che rinuncia ai capelli lisci. Non sono loro il motivo di tanto
accanimento. È l’epoca in cui vive
e comincia l’epidemia del
Capello Nuovo […]: l’allenatore di calcio si scatena in un uragano
di riccioli, il cantante di tango la cui testa fiorisce come un
giardino, l’attore scelto per il cast di Hair, i bagnini delle
piscine pubbliche, che da un’estate all’altra dimenticano decenni di
capelli corti prescritti dalle norme d’igiene. All’orizzonte compare
anche un nipote del marito di sua madre, condannato fino allora a
reprimere, tagliandoli quasi a zero, i capelli crespi con cui è
venuto al mondo.


I capelli nel
libro si perdono, si adorano, si detestano, si curano, si tagliano,
si rapano, si conservano. Diventano filosofia di vita e sì, insegnano a perdere (e a ricordare). Impara quello che il cranio liscio di
suo padre e dei suoi fratelli sta cercando di insegnargli da anni,
con un linguaggio forse troppo sottile, o cifrato, perché lui possa
capirlo: che avere i capelli è una condanna atroce, perché equivale
alla possibilità di perderli, ed è una condanna atroce anche
perché, nel momento stesso in cui si rende conto che potrebbe
perderli, chi ha i capelli sa di aver perso l’innocenza, e che da
allora in poi, fino al giorno della sua morte, nel migliore dei casi,
o finché non gli cadranno, nel peggiore, è destinato a un calvario
totalmente sterile: scongiurare il pericolo occupandosi dei propri
capelli. E questo non è ancora niente. Perché a una simile perenne
atrocità se ne aggiunge un’altra: l’evidenza di avere i capelli
significa doverli tagliare, e che tagliarli è esattamente l’opposto
di perderli, perché i capelli si perdono una volta sola e per
sempre, in modo definitivo, così come si incanutisce dalla sera alla
mattina in seguito a un trauma o a un forte spavento, mentre un
taglio di capelli non è che l’inizio di una serie, la prima di un
infinito susseguirsi di repliche […].
Raparsi.
Perché no? Spesso ha pensato che nulla si avvicina di più a una
soluzione finale. Raparsi e raggiungere due obiettivi in un colpo
solo: farla finita con l’esitazione, il desiderio insoddisfatto, a
speranza di trovare la mano, l’acconciatura, il tipo specialissimo
di taglio che immagina gli siano destinati.
Come in ogni storia
d’amore che si rispetti, passando per diversi rifiuti, la ricerca
dell’amante perfetto è ardua; allo stesso modo lo è quella del
barbiere perfetto.
Oggi quello che cerca è un
parrucchiere. Cerca Lana Loca, […], sale i gradini a salti, aggira
una pozzanghera dissimulata da fogli di giornale, un secchio, una
catasta di sedie da ufficio sbilenche, ed ecco, sta già aprendo la
porta, e la musica dei Jefferson Airplane o investe in pieno come un
vecchio uragano che rifiuta di arrendersi. È la prima volta che
mette piede lì dentro, ma sa già tutto quel che c’è da sapere.
[..] Sa che qui si ascoltano i Jefferson Airplane, che i caratteri
psichedelici della scritta sulla vetrina sono gli stessi di Yellow
Submarine, che le bocche rosse inorridite che si aprono a centinaia
alle pareti, con una lingua curiosa, denti bianchissimi e una
glottide gonfia che custodisce la soglia di una gola irritata,
vengono dal primo disco dei King Crimson. Sa che c’è una sola
persona a tagliare i capelli, la padrona del negozio, una specie di
musa inaccessibile della galleria, una donna cronicamente di cattivo
umore, con zigomi cadaverici, dentatura cavallina e capelli lunghi,
piatti e immobili, come li porteranno i giocatori di calcio quattro
anni dopo, della quale si dice che è lesbica, e che risponde al nome
di Laura. E appena lui entra, ancora sospinto dallo slancio con cui
ha salito le scale, Laura, senza guardarlo, senza interrompere gli
schiocchi delle sue forbici rosso sangue intorno alla selva di
capelli che ha fra le mani, gli dice con la sua voce più rauca:
«Siediti lì. Dovrai aspettare»
.
Fino a che sentirà pronunciare la
fatidica dichiarazione dalla ragazza che, all’inizio del libro, gli
lava i capelli:
«Accomodati.
Te li taglia Celso»
.
Celso (che vuol dire eccelso) viene dal
Paraguay, è a Buenos Aires da circa due anni, ha i genitori
parrucchieri ed è un genio del taglio sensuale.
E la cosa accade. […] Taglia
con una tecnica insolita, virtuosa e folle insieme: suddivide la
testa in minuscoli campi immaginari, la cui delimitazione è nota a
lui solo, e lavora ogni campiello con sforbiciate microscopiche, di
una delicatezza che non fa rumore. Tutto è così minimo, così
infinitesimo, che ogni tanto gli viene da domandarsi se davvero Celso
gli stia tagliando i capelli, se questa cosa che lo sorprende come un
prodigio di rapidità motoria non sia piuttosto un’illusione ottica
o una farsa.

Non sa che cosa sarà meno
tollerabile: se la perdita di Celso, improvvisa, che lo lacera come
una rasoiata, o questo suo modo di pensare, lento, a spirale, che
erode a poco a poco la sua riserva di vita e presto lo soffocherà.
Forse è una fortuna che dopo tanto pensare sopravvenga la vergogna,
l’ondata bruciante di rossore che se dovesse durare di più gli
scioglierebbe la faccia.
C’è
anche qualche tratto oscuro nella vita dell’ec-Celso che lo porta a
scomparire. Viene licenziato dal salone in cui lavora gettando il
protagonista nello sconforto più totale fino a che ricompare e
scompare del tutto con la preziosissima parrucca di Norma Arrostito
che ruba al veterano di guerra:
La protesi bionda
mesciata che la militante montonera Norma Arrostita acquista nel
negozio di parrucche e toupé Fontaine di proprietà di Felipe
Sinopoli, in Calle Arenales millequattrocento, e calza sulla testa
come un guanto una mattina di maggio del millenovecentosettanta per
sequestrare nel suo appartamento, a soli quattro isolati dal negozio
del signor Sinopoli, il generale Aramburu, massimo esponente del
potere militare e obiettivo numero uno dell’organizzazione armata.
Pauls dev’essere un gran osservatore perchè la sua scrittura è descrittiva e piena di dettagli. Gli scrittori sudamericani me li immagino sempre con il sole forte e mi viene in mente qualcosa di denso e saporito dietro le persiane, aspettando che il caldo passi. Nel libro c’è sicuramente attesa, non amarezza, bensì memoria; c’è una scrittura divertente ma che riesce sempre a farci ricordare bene cosa è accaduto prima del divertimento. Mi sono rimasti il caldo e il freddo, reali e interiori, di questo libro, raccontato in terza persona aprendo, chiudendo, riaprendo tante porte sui
diversi momenti nella vita del protagonista e della sua gente; dettagli minuti, forse in frasi un po’ troppo lunghe, che costruiscono una storia in cui si possono riconoscere le proprie “stagioni”, come i bordi dentellati delle vecchie
fotografie che lo ritraggono bambino e rapato. Sicuramente
posso fare mia anche questa domanda:
«Come li vuoi?» […] «Come li
facciamo?» […] Più di una volta si è domandato se vi sia
qualcuno al mondo […] in grado di rispondere a questa domanda.
Rispondere, invece di blaterare, tenersi sulle generali, tergiversare
tirando in ballo varie fobie […]. Lui, tanto per cominciare, non è
mai stato capace. […] Un incubo. Un incubo freddo, pulito,
asettico, come i negozi di parrucchiere nei quali ha luogo. […] ma
quando è cominciato? […] Ah, certo, il bambino che è stato! Lui è
del parere, in linea generale, che la miglior cosa che possa fare il
bambino che è stato sia restarsene dov’è, in quelle foto
piccoline con i bordi dentellati, nelle quali appare in pantaloncini
corti, scalzo, trotterellante in un bosco sempiterno con un sorriso
ritagliato nel cartone, attaccato con gli spilli su un frondoso
sfondo di panico. […] Un vecchio grasso e asmatico in camice
celeste gli taglia i capelli dal basso verso l’alto con una
macchinetta che ronza come un tosaerba in miniatura. Una macchinetta
che rode, più che tagliare; pota, gli mordicchia il collo con denti
piccoli, corti, veloci, da cane che si spulcia. Il respiro del
vecchio e quello della macchinetta sono sincronizzati, il barbiere
ansima quando la macchinetta non ronza; la macchinetta ronza quando
il barbiere smette di ansimare. Alle sue spalle, seduta su una lunga
panca imbottita, lontana da tutto, sua madre passa il tempo guardando
una rivista. […]«Non troppo corti». È tutto quel che dice sua
madre mentre lo sospinge verso la poltrona e lo consegna al barbiere.
Poteva risparmiarsi la fatica. […] Un quarto d’ora dopo, quando
tutto è compiuto, lui cerca qualcosa che possa spiegargli quell’aria
di nudità, quella faccia rigida da bambino uscito da un orfanotrofio
tedesco che lo guarda attonito allo specchio.
Qui i capelli sono cose da uomini. Le donne del libro sono poche e passano
velocemente; c’è la lavatesta, la parrucchiera gay del Lana Loca, la
moglie poi ex, la parrucca di Norma Arrostito e la ragazza dai mocassini rossi, mitica come il grande amore forse sfiorato. Oltre il
protagonista, il barbiere ec-Celso, il veterano di guerra (e il cane che ha una
crisi d’identità ad ogni tosatura), c’è un quarto uomo nel
libro. È Monti che lungo la sua vita compare, scompare e si ostina a
definirsi il suo migliore amico. Monti ha sempre avuto una vita
movimentata e dei capelli bellissimi. Alla fine del libro il
protagonista si trova in ospedale al suo capezzale. Bianchi, di
un bianco puro e perfetto, come le nuvole di zucchero da bambino, ai
giardini, lui quasi non osa mangiare, convinto dell’impossibilità
che una cosa così bianca sia commestibile, i capelli di Monti
Brillano sul cuscino. […] Di nuovo in strada, entra nel primo
parrucchiere che trova – mobili di bambù, grandi cuscini a fiori,
vecchi caschi asciugacapelli – si siede e
fa
ciò che non avrebbe mai creduto. Un tentativo di rimediare alla perdita?
courtesy by Sabina Rizzardi

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